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Prato

L’inchiesta

Prato, esportazioni di stracci e plastica: altro maxi-processo verso il flop

di Paolo Nencioni
Prato, esportazioni di stracci e plastica: altro maxi-processo verso il flop

Gli imputati sono un centinaio ma molte accuse sono cadute davanti al gup. Sei anni fa la Direzione distrettuale antimafia contestò la mancanza dei permessi verso Africa e Cina

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PRATO. Rischia di finire come il processo sui money transfer, cioè in una bolla di sapone, quello che da ormai sei anni la Direzione distrettuale antimafia sta cercando di mettere in piedi sul business delle spedizioni di materie plastiche e stracci dall’Italia verso la Cina.

In realtà il processo non è mai iniziato e quando finalmente inizierà molti reati saranno caduti in prescrizione. Esattamente come il procedimento nato dalle inchieste Cian Liu e Cian Ba sui money transfer (miliardi di euro trasferiti dall’Italia alla Cina fino al 2010).

Lo si è capito qualche giorno fa quando gli avvocati di un centinaio di indagati, in gran parte di Prato e Montemurlo, si sono presentati davanti al giudice dell’udienza preliminare Angelo Pezzuti nell’aula bunker di Firenze. Il pubblico ministero De Gregorio ha preso atto che molte delle accuse di associazione a delinquere originariamente contestate non stanno più in piedi e i cosiddetti “reati fine”, cioè i singoli trasporti illeciti, sono caduti in prescrizione.

L’udienza preliminare è stata aggiornata al 30 giugno per interloquire su questa richiesta e nel frattempo il gup provvederà allo stralcio di tutte le incolpazioni prescritte.

In teoria sono 98 gli imprenditori che rischiano il rinvio a giudizio in quello che doveva diventare il più grande processo in tema di rifiuti del distretto pratese. Quattro anni fa il sostituto procuratore Angela Pietroiusti della Dda ha chiesto il rinvio a giudizio di tutti gli imputati (74 italiani, 22 cinesi, un giordano e uno sloveno) e di 61 società con sede a Prato, Montemurlo, in Veneto e in Campania, le più importanti del settore.

Il procedimento si è poi interrotto a causa della pandemia Covid, ma già all’epoca gli avvocati difensori, tra cui Federico Febbo, Costanza Malerba, Antonino Denaro e Manuele Ciappi, avvertivano che qui non si parla di mafia. Le contestazioni riguardano la presunta mancata richiesta delle autorizzazioni per esportare in certi paesi: Cina, Tunisia, Guinea, Est Europa. Gran parte dei rifiuti spediti all’estero dalle società indagate è costituita da indumenti usati e scarti tessili, ma c’è anche una cospicua parte di rifiuti plastici non pericolosi provenienti dalle ditte del Nord Italia e destinati alla Cina, che poi ne ricava altra plastica.

Rispetto ad altre inchieste sul traffico di rifiuti tessili, non si contesta la mancata igienizzazione, che garantiva un cospicuo risparmio sui costi di lavorazione, e per questo gli avvocati difensori si chiedono dove stia il profitto del reato. Secondo gli avvocati si tratta di mere contestazioni burocratiche.

La pensa in maniera diversa l’Agenzia delle entrate di Livorno, da una cui segnalazione è partita l’inchiesta della Dda e che insieme ai carabinieri forestali ha svolto anche i successivi accertamenti. Secondo gli investigatori il guadagno, per quanto riguarda la plastica, consisterebbe nel vendere il rifiuto in Cina come “materia prima seconda”, ovvero non rifiuto. L’italiano vende senza l’onere dello smaltimento, mentre il cinese acquista la plastica pagandola meno di una materia prima. Un po’ quello che è successo con una serie di spedizioni di stracci verso la Croazia che ora li vuole rispedire in Italia dopo averli classificati come rifiuti.

L’oggetto del contendere nell’inchiesta della Dda sono migliaia di container che a partire dal 2009 sono stati spediti dai porti di Livorno, Genova e Venezia, ma anche La Spezia, senza che nulla venisse contestato. A posteriori le Dogane hanno eccepito la mancanza delle autorizzazioni necessarie, sia verso la Cina che verso i paesi africani (per quanto riguarda abiti usati e scarti tessili) ed è partita l’inchiesta. Ma sembra che ai fini pratici l’indagine non abbia bloccato il flusso di merci. I container, raccontavano gli avvocati difensori, continuano a partire verso le solite destinazioni con le stesse modalità. Gli italiani, soprattutto a Montemurlo, si occupano del commercio di indumenti usati e scarti tessili mentre i cinesi sono l’anello di congiunzione tra le aziende del nord e i loro connazionali in Cina interessati ad acquistare residui di plastica da riciclare.

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