Prato, il centro storico si sta spopolando. E i figli lasciano i negozi dei padri
I commercianti senior del cuore della città fanno un appello alle istituzioni: «Servono sgravi, formazione per i giovani e incentivi per le nuove aperture»
PRATO. Lo scrigno delle stoffe, quello che pare di aprire la borsa di Mary Poppins dall’imbarazzo della scelta che c’è nel fondo di piazza Sant’Antonino. Il negozio di scarpe "Il Borgo", quello che in via Muzzi ha tirato giù per sempre la saracinesca all’alba del 2023: a fine dicembre Angela, la titolare, ha ringraziato su Facebook le clienti annunciando l’imminente pensione. I nomi di quelli che si arrendono e quelli che resistono scrivono un pezzo di storia della città dentro le mura, evocando tanti ricordi. Il negozio di biancheria intima, la bigiotteria dal tocco vintage, il pastificio di famiglia che fa rima con le lasagne fresche più forse più famose di Prato.
«È davvero ancora il salotto buono della città?», si chiede Patrizia Ferraboschi che con la sua gastronomia ha radici ben salde in via Tintori da quasi settant’anni. C’è un tema, quello del passaggio generazionale, che pende come una spada di Damocle sul futuro del commercio locale. Prendi le sorelle Scarlini, 69 e 65 anni. Elisabetta e Patrizia avrebbero l’età per godersi la fatidica pensione arrivata negli anni del Covid ma preferiscono tirare avanti finché se la sentono. Una certezza ce l’hanno: nessuno dei figli rileverà la loro attività che proprio quest’anno spegne 70 candeline. Nipoti del fondatore Corrado Scarlini, le due donne stringono con affetto una foto ricordo in bianco e nero degli anni Settanta, quando la piazza Sant’Antonino non era ridotta all’attuale parcheggio che è adesso. Di negozi di stoffe all’epoca il centro pullulava: Nardini, Dante, Franchi, Ginanni, Albina. «Si va avanti non per i guadagni ma per la passione, per il contatto umano alla base di questo mestiere – confessano le sorelle Scarlini - Da noi vengono le sarte che cercano tessuti particolari, ma anche tante ragazze che si sposano e magari comprano su Amazon per poi correre ai ripari perché l’abito nuziale non sta bene addosso».
Oggi gli acquisti vanno su internet e il giro non è più quello di una volta ma gli scaffali delle sorelle Scarlini sono sempre ben forniti: l’ultima stoffa arrivata è impreziosita da un bel pizzo di color turchese. Si cambia settore ma il tema del ricambio generazionale è avvertito da chi, come Patrizia Ferraboschi, ha i figli che hanno deciso di fare altro nella vita. Quasi settant’anni e non sentirli per l’attività di pastificio e gastronomia giunta alla seconda generazione. Il tempio del gusto resiste in una zona che ha cambiato volto assumendo una connotazione multietnica con l’arrivo di tante attività gestite da pachistani e marocchine. «Cerchiamo di aggiornare sempre la proposta con prodotti e preparazioni nuove. Il problema del commercio nasce da un mix di fattori: di certo i costi degli affitti sono troppo alti per il periodo storico che viviamo». Per rivitalizzare i fondi lancia una proposta la storica rappresentante degli alimentaristi di Confartigianato. «Perché non pensare a un portale che incroci domanda e offerta negli affitti sotto l’egida del Comune? Non sarebbe male pensare a una riduzione della Tari per un brevissimo periodo in modo da incentivare le nuove aperture». E su come motivare i giovani la scuola potrebbe fare la parte del leone, con nuovi percorsi formativi per la figura del gastronomo magari all’interno degli istituti alberghieri.
«Non il futuro chef ma l’artigiano che lavora il cibo con le mani. Se n’è parlato anche in Confartigianato». Quella del ricambio generazionale è una battaglia contro i mulini a vento secondo Marco Chiani del negozio “Arturo”, settanta candeline da spegnere nel 2024. «Io stesso consiglierei ai miei figli di non prendere il negozio. Gli esercizi tradizionali sono anacronistici e non si può pensare di essere competitivi verso le grandi catene». Pochi passi più in là, sopravvive ancora l’insegna della storica gastronomia “Migrana”. Qui si pone una questione di decoro: la bottega ha abbassato la serranda nell’estate 2020, sempre per problemi di ricambio generazionale, e dalle sue ceneri è nata un’attività a conduzione etnica che stona con l’insegna storica. Tornando in via Muzzi, l’anagrafe delle imprese segna come data di nascita il 1958 per la bigiotteria “Tani”, altra cartolina storica del commercio dentro le mura. La moglie di Gabriele Tani, figlio del fondatore, non ha ricette magiche per andare avanti. «Ci vengono riconosciute attenzione e assistenza sul prodotto – sottolinea Mariangela Agostini – Di certo fa male vedere tutte queste vetrine vuote in via Muzzi. Sarebbe bello se il Comune pensasse a ripetere iniziative come il bando lanciato qualche anno fa, quando riaprirono temporaneamente i fondi sfitti con affitti gratis per un breve periodo». Il riferimento è al bando “Pop up lab” quando fiorirono temporary shop nei fondi sfitti. Anno 2017: il problema dei fondi sfitti c’era allora come oggi.
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