Sicurezza
Primarie, il vicesindaco Faggi: «Al Pd non serve un regista»
L’amminstratore sostiene la candidatura di Bonaccini e parla dopo l’intervista al segretario provinciale Biagioni. «Abbiamo bisogno di un garante, sarebbe sbagliato ridurre il ruolo di Biffoni»
PRATO. «In questo momento al Partito democratico serve un garante, non un regista». Lo afferma il vice sindaco Simone Faggi, sostenitore della candidatura Bonaccini alla segreteria nazionale, dopo l’intervista del segretario provinciale Marco Biagioni, che rivendica la vittoria di misura di Elly Schlein a Prato e l’intenzione, d’ora in poi, di diventare un decisore e non solo un arbitro.
Faggi, c’è qualcosa che non la convince nell’analisi di Biagioni?
«Se fossi in Marco sarei meno entusiasta per questo risultato. Il dato che più mi preoccupa è la scarsa partecipazione dei nostri iscritti. Dobbiamo capire se Biagioni vuole fare il segretario di Elly Schlein o di tutti, cioè anche di quella metà del partito che ha scelto Bonaccini, che peraltro nel comune di Prato ha vinto. Sinceramente dalle ultime uscite di questi giorni non l’ho capito. Siamo un partito plurale e ancor più di prima c’è la necessità di trovare una sintesi».
Il segretario provinciale rivendica anche la preminenza del partito sugli amministratori. È d’accordo?
«Penso sia un bene elaborare le idee all’interno del partito, a patto che il partito sia in grado di farlo. Cioè se oltre a declinare le priorità in agenda, il Pd riesce a trovare il modo di far tornare il nostro popolo a operare e impegnarsi. Non si può pensare che 400 persone dettino la linea a un sindaco che di preferenze ne ha prese più di 40.000. Ridurre il ruolo di Matteo Biffoni in questa città sarebbe un gravissimo errore».
Insomma lei pensa che in questo momento il Pd non riesca a coinvolgere e mobilitare tutti quelli che potrebbe mobilitare.
«Infatti. Non è colpa di Biagioni, ma non mi piace nemmeno questa lettura di deresponsabilizzazione rispetto ai risultati del 25 settembre o delle ultime regionali. La responsabilità è di tutto il gruppo dirigente, di tutto il corpaccione del Pd, nessuno si deve sentire escluso, dai parlamentari in giù».
La narrazione prevalente in questi giorni è di una Schlein di sinistra, che interpreta il cambiamento, e un Bonaccini di destra espressione dell’apparato. È così?
«La tendenza a considerare un candidato più di sinistra o di destra è una discussione che non porta da nessuna parte. Bonaccini vuole dare continuità a un partito a vocazione maggioritaria; Schlein ci porta su una strada minoritaria e identitaria. Il rischio è diventare un recinto rassicurante per chi ci pascola. È la strada già percorsa dai Ds che ci ha portato alla sconfitta. E per essere più chiaro, io non mi sento meno di sinistra rispetto a nessuno».
I risultati delle primarie a Prato per lei sono stati una sorpresa?
«Per me no. Chi conosce il partito sapeva che sarebbe finita sostanzialmente in parità».
Questi risultati quali conseguenze potranno avere a livello locale, anche in vista delle elezioni amministrative del 2024?
«Lo ripeto, in questo momento non abbiamo bisogno di un regista ma di un garante, che non è un arbitro. Nel 2019 abbiamo vinto soprattutto grazie al valore aggiunto rappresentato da Matteo Biffoni. In futuro dovremo stare attenti a non dividerci e a parlare con tutti. Siamo il partito di maggioranza e non ci possiamo permettere di essere un comitato».
Però è un fatto che a Prato come a Roma, in questi giorni il Pd è diviso. Teme che si possa arrivare a una scissione?
«Non credo. Chiunque vinca, noi rimaniamo qui perché questa è casa nostra».
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