Il Tirreno

Prato

L’intervista al sindacalista

Impiego sommerso, l’allarme della Filctem-Cgil. «Prato è attrattiva per aprire un’impresa illegale»

Impiego sommerso, l’allarme della Filctem-Cgil. «Prato è attrattiva per aprire un’impresa illegale»

Brezzo: «È come svuotare il mare con un secchiello, le norme non scoraggiano gli sfruttatori»

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PRATO. Ci risiamo. «È come svuotare il mare con un secchiello». Che di lavoratori a nero o irregolari se ne scovino 100, 150 o un migliaio, la sensazione è quella. Fuor di metafora, il mare è la platea di 40mila addetti che compongono il distretto tessile. Chissà quanti ancora senza contratto, quanti ancora sfruttati. Ben vengano le operazioni delle forze dell’ordine per arginare queste derive dei più elementari diritti.

«Ma è come svuotare il mare con il secchiello», insiste Massimiliano Brezzo, segretario generale della Filctem-Cgil di Prato e Pistoia. Secchiello dopo secchiello, l’acqua tornerà sempre. Un’acqua putrida, inquinata da un sistema di lavoro illegale ormai ben radicato.

E i luoghi dove avviene fisicamente lo sfruttamento - continua Brezzo - sono sempre aziende terziste, che lavorano per altri. Altri che non sono mai toccati dai controlli e dagli arresti e che, malgrado la legge preveda il contrario, una volta ripresi i vestiti cuciti sono, di fatto, sciolti da ogni responsabilità».

Segretario Brezzo, perché non si riesce a debellare la piaga del lavoro nero?

«Perché non si vuole debellare. Bene che i controlli vengano fatti ma, a parte l’abnegazione di chi li effettua, è come svuotare il mare con un secchiello. C’è una scelta ben precisa a monte che conduce a Prato».

Scelta in che senso?

«Racconto una situazione paradigmatica. Quest’anno abbiamo presentato sei esposti alla Procura relativi a lavoratori sfruttati nel tessile. Tutti quelli che vengono da noi dichiarano che, quando arrivano in Italia per trovare lavoro, vengono indirizzati a Prato».

Qual è il motivo che li conduce fino alla nostra città?

«La verità è che siamo attrattivi per chi vuole aprire un’azienda illegale dove lavorare illegalmente. In una platea di 40mila addetti, se si riesce a prenderne 150 o 300, anche fossero mille, cambia poco. Tanto di cappello alla guardia di finanza con la quale non posso che complimentarmi, ma il fenomeno si contrasta alla radice e dall’inizio della filiera».

Come si fa allora?

«Rispondo con un’altra domanda. I contributi evasi e gli stipendi non erogati sono stati richiesti alle aziende committenti? Il tema su cui insisto da tempo è quello della responsabilità in solido che non viene applicata dall’Inps in caso di pluricommittenza. In questo modo Prato continuerà a essere la capitale del lavoro illegale».

Il giorno prima viene sospesa un’azienda, il giorno dopo questa riparte magari dopo aver pagato una sanzione salata…

«È questo il punto. Magari ci si ritorna per un’altra ispezione e ritroviamo la stessa realtà nelle condizioni di partenza. Il personale è esiguo e che è carente lo sappiamo: all’ispettorato del lavoro, all’Asl, all’Inps, in Procura».

Esiste un problema legato alle normative?

«Sì, è questo il punto. Non sono così disincentivanti per chi opera nell’illegalità. Quante di quelle aziende sospese non lavorano più illegalmente e quanti di quei lavoratori sfruttati, senza contratto e contributi versati, lavorano oggi legalmente? »

Sta per insediarsi il nuovo Parlamento dove siedono anche dei rappresentanti pratesi, aspettando il governo. Quale richiesta dovrebbe arrivare dal distretto per un contrasto più efficace al lavoro sommerso?

«L’applicazione integrale della legge sulla responsabilità in solido. Non si può pensare che le Fiamme Gialle controllino tutte le attività o che la Procura possa processare tutti gli imprenditori che sfruttano. Del sistema di lavoro illegale non è responsabile solo il terzista ma anche il committente».

Un sistema incentivato anche dall’attuale meccanismo dei permessi di soggiorno, con dinamiche di sfruttamento legate ai flussi migratori?

«In parte sì. Perché se uno non ha la busta paga, per quanto questa sia mendace, il permesso non lo rinnovano». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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