Il Tirreno

Prato

Il braccio di ferro

L’accusa di Iron & Logistics al sindacato e ai lavoratori: «Non cederemo ai ricatti»

di Paolo Nencioni
L’accusa di Iron & Logistics al sindacato e ai lavoratori: «Non cederemo ai ricatti»

L’azienda che ha licenziato 24 operai “al citofono” passa al contrattacco

3 MINUTI DI LETTURA





PRATO. «Non cederemo a nessun ricatto e nessun licenziamento verrà revocato se non disposto con provvedimento dell’autorità giudiziaria e non perché costretti con violenza o minaccia dal Si Cobas e dai suoi associati che stanno arrecando gravi danni con ingiusti profitti».

All’indomani della manifestazione degli operai licenziati dalla Iron & Logistics di via Ciulli, che sabato pomeriggio hanno protestato a Firenze davanti alle vetrine dei clienti dell’azienda di Narnali, è ancora muro contro muro tra la titolare della società, Mihaela Paraschiva Sasu, e il sindacato che sostiene l’azione degli scioperanti.

Da giorni la proprietà dell’azienda che si occupa di stiro e ripristino dei capi dei grandi marchi, oltre che di logistica, va ripetendo che la protesta non è giustificata dal comportamento della società. In sostanza la Iron & Logistics sostiene di aver agito rispettando le regole e di aver licenziato 24 operai perché prima si sarebbero rifiutati di svolgere le mansioni che erano state loro assegnate e poi perché si sarebbero resi responsabili di aver fermato i furgoni dei clienti in entrata e in uscita dallo stabilimento di via Ciulli.

A sostegno della sua tesi, l’azienda allega in una nota inviata ai giornali una lettera firmata il 23 settembre da 37 dipendenti (italiani, cinesi e anche pachistani) nella quale gli operai dichiarano: «Confermiamo quanto da tempo denunciato dai nostri responsabili di reparto, ovvero che i signori (segue una lista di compagni di lavoro, ndr) si rifiutano di svolgere la propria mansione nonostante gli venga richiesto dai responsabili di reparto, sia di stiro che di cucito».

È un copione che ricorda da vicino quanto accaduto nell’altra lunga vertenza seguita dal Si Cobas, quella della stamperia Texprint di via Sabadell. Anche in quella vertenza all’inizio la proprietà della stamperia (in quel caso cinese) chiamò a raccolta i dipendenti fedeli all’azienda schierandoli contro i “ribelli”. «Dal primo giorno della loro assunzione all’interno dell’azienda – scrivono gli operai rimasti al lavoro – viviamo uno stato di agitazione e tensione continua che disturba la tranquillità e la serenità avuta fino al giorno prima del loro arrivo per le continue pressioni».

Una ricostruzione contestata integralmente dal sindacato e dai 24 licenziati, che al contrario sostengono che è stato proprio grazie alle loro pressioni se ora gli stipendi vengono pagati regolarmente (almeno agli iscritti al Si Cobas), mentre prima arrivavano in ritardo.

Anche su questo punto Mihaela Paraschiva Sasu racconta un’altra storia. Dice in sostanza che gli stipendi sono stati sempre pagati regolarmente e dunque non ci sarebbe nessun motivo da parte degli scioperanti (poi licenziati), quasi tutti pachistani, per protestare.

Quando ai licenziamenti arrivati “via citofono”, come sottolineato dagli operai del Si Cobas, l’azienda spiega che le raccomandate con le lettere di licenziamento sono partite venerdì 30 settembre e dunque quando lunedì 3 ottobre gli operai si sono presentati all’ingresso della Iron & Logistics i loro badge erano già stati disattivati.

Il sindacato Si Cobas intanto mantiene il presidio davanti allo stabilimento e impugnerà i licenziamenti davanti al giudice del lavoro.


 

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Lutto

Addio a Fabio Vantaggiato, direttore generale di Gesam Reti

di Redazione Lucca