Gioco
Gli ultimi, i suoi libri e l’empatia: monsignor Simoni, il vescovo che tenne la città nella crisi
Riuscì a far prevalere l’etica del lavoro sugli egoismi di ognuno
Non ha mai avuto paura di schierarsi a fianco degli ultimi. Lo ha fatto in ogni occasione, lo ha fatto anche quando le parole potevano essere poco popolari. Fu tra i primi a tuonare contro lo sfruttamento del lavoro. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Era sempre in prima fila per creare legami, tra la comunità cinese e quella pratese, tra gli imprenditori e i lavoratori. Benediva ogni iniziativa che mirava a tenere insieme il tessuto sociale di una città sempre più in crisi, il cui settore principale perdeva, mese dopo mese, i propri pezzi. Migliaia di lavoratori mentre don Simoni era vescovo di Prato venivano licenziati, andavano in cassa integrazione: il tessile, vertenza dopo vertenza, riduceva il numero degli addetti con la conseguenza di una profonda lacerazione anche nei rapporti interni alla comunità.
Dall’altare, durante le omelie, che credenti e non, aspettavano per la loro forza e per l’impatto che avevano sulla comunità invitava a non chiudersi nei propri egoismi forti di un benessere raggiunto negli anni. Diceva agli imprenditori: “Siate attenti ai vostri dipendenti, lavorate in modo etico. Non pensate solo ai vostri interessi ma al bene della città”. Tuonava contro chi chiudeva le fabbriche perché era più conveniente fare investimenti immobiliari e creò perfino un premio (che esiste ancora adesso), lo Stefanino d’oro, per premiare, difronte a tutti, quegli imprenditori che resistevano, che non licenziavano, che applicavano i contratti e avevano corretti rapporti sindacali. Aveva creato una sorta di “giuria” per scegliere chi premiare: ne facevano parte tutti, artigiani, industriali, commercianti, sindacalisti. Un premio che aveva uno scopo raffinatissimo, era quello di far incontrare tutti gli attori della città, di farli confrontare su cosa era giusto e cosa invece sbagliato, pericoloso per il sistema. Nella crisi che stava investendo Prato aveva concentrato la sua attenzione ma questo non gli faceva dimenticare coloro che non avevano nulla. Veniva “richiamato” dai suoi: non sia così disponibile con tutti.
“Dà tutto quello che ha ai poveri, ha la fila di persone che lo aspettano fuori dalla porta. Gli chiedono aiuti, elemosine e lui non riesce a dire di no”, dicevano i suoi. Sapeva vivere con poco, lottava contro le ingiustizie. Dormiva in una stanzetta in Palazzo vescovile con un letto troppo corto per lui che è sempre stato un “omone”. “Vescovo, cambiamo i mobili”, gli dicevano. E lui alzava le spalle, pensando al suo Dio e agli altri, dimenticandosi spesso di sé. Aveva due, tre punti deboli però: l’amore per lo studio e l’affetto per Prato e i pratesi. Così laboriosi, meno culturalmente raffinati di lui, eppure sempre così empatici con il loro vescovo. Quando si era ritirato a Fiesole aveva portato con sé solo i suoi libri, una parte li aveva già in quello che sapeva da sempre sarebbe stato il luogo del ritiro. Aveva creato una biblioteca con migliaia di volumi. Molti regalati da chi sapeva quanto li amasse.
Prendeva la Bibbia dagli scaffali, la leggeva, la interpretava. La sua espressione era sempre quella di gioia, di serenità. Si perdeva ore e ore nella biblioteca finché l’amata sorella che lo aveva sempre seguito nei suoi spostamenti arrivava sgridandolo: “Gastone, sono quasi le nove. Vieni a cena”. Si dimenticava di ogni suo bisogno quando qualcuno gli parlava della sua Prato o quando trovava qualcuno con cui confrontarsi sui temi della Fede e del mondo. Aveva la capacità di far sentire amato da Gesù Cristo chiunque. Raccoglieva confessioni, le più intime. E con i fatti tendeva la mano.
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