Il Tirreno

Prato

Lo sfruttamento dei lavoratori dietro a camici e tute anti-Covid

Paolo Nencioni
Lo sfruttamento dei lavoratori dietro a camici e tute anti-Covid

Un consorzio romano ha subappaltato la produzione alle confezioni cinesi. Dieci arresti e 34 indagati nell’inchiesta che ipotizza la truffa ai danni dello Stato

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PRATO. Si erano impegnati a fornire camici e tute anti-Covid rigorosamente “made in Italy” ma una parte dei dispositivi di protezione venivano prodotti in Albania. Avevano promesso di non subappaltare la maxi-commessa da quasi 100 milioni di euro affidata loro dal commissario per l’emergenza Covid e dalla Regione Lazio, ma in realtà quei camici e quelle tute venivano cuciti nelle confezioni cinesi di Prato, da operai spesso sfruttati e spesso senza permesso di soggiorno. Ecco perché i presunti ideatori della truffa ai danni dello Stato e di una serie di altri reati sono finiti in carcere (quattro, due italiani e due cinesi), agli arresti domiciliari (altri sei) o sono stati sottoposti al divieto di dimora o di condurre un’impresa (altri sei).
Ieri sono scattati sequestri di beni per 43 milioni di euro: una ventina sono stati trovati sui conti, gli altri mancano ancora all’appello.
È una solida alleanza italo-cinese per fare soldi a scapito delle regole quella scoperta dall’inchiesta dei sostituti Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli e condotta per più di un anno dalla squadra mobile della polizia e dagli ispettori del gruppo anti-sfruttamento dell’Asl Toscana Centro di cui è stata data notizia ieri. Delle 16 persone raggiunte dalle misure cautelari (una manca all’appello), 9 sono italiani e 7 cinesi. In totale gli indagati sono 34.
L’indagine si è concentrata sul consorzio romano Gap, che nell’autunno del 2020 ha vinto tre appalti milionari per l’emergenza Covid: due milioni di camici protettivi monouso a un prezzo unitario di 6,10 euro, cinque milioni e 500mila tute monouso sterilizzate a 8,10 euro, cinque milioni e 500mila tute non sterilizzate a 7,10 euro. Il totale fa 95 milioni di euro e spiccioli, una delle più grosse commesse pubbliche nella lotta al virus.
Il problema, per usare le parole di Alessandro Gallo, capo della squadra mobile, è che «il consorzio Gap è sostanzialmente un indirizzo». Cioè non aveva alcuna capacità di produrre camici e tute. Infatti le ha fatte produrre a una serie di confezioni prevalentemente cinesi, prevalentemente a Prato, secondo la Procura contravvenendo al divieto di subappalto.
Tra le contestazione c’è anche quella di aver realizzato le tute con una quantità di tessuto inferiore a quella prevista dal contratto. Ma soprattutto di averle prodotte sfruttando il lavoro degli “invisibili”, gli operai pachistani, senegalesi e bengalesi che riempiono le fabbriche del Macrolotto e che spesso prendono una paga da fame per 12 ore di lavoro giornaliero, con una consolidata e rilevante evasione fiscale e contributiva. Era questo il segreto per vincere gli appalti a scapito di chi rispetta le regole e per guadagnare di più.
Non è un caso che l’inchiesta sia nata nel dicembre 2020 dalla denuncia presentata da una sigla sindacale per conto di un operaio senegalese che lamentava condizioni di sfruttamento. La classica punta dell’iceberg. Ben presto si è capito che dietro quel singolo caso c’era un affare milionario. Certi telefoni sono stati messi sotto controllo e il resto è venuto di conseguenza.
Si è scoperto per esempio che una parte dei camici monouso arrivava dall’Albania, altro che made in Italy. Quando il commissario Covid l’ha fatto presente gli imprenditori non hanno battuto ciglio. Hanno staccato le etichette e per sicurezza le maniche, le hanno sostituite e hanno reimbustato il prodotto. Una imprenditrice cinese è stata intercettata mentre rompeva i sigilli di un sequestro appena fatto dagli investigatori.
Nel frattempo all’ipotesi di reato di truffa ai danni dello Stato si erano aggiunte quelle di violazione del divieto di subappalto, frode nelle pubbliche forniture, sfruttamento del lavoro, indebita percezione di erogazioni, oltre a una serie di “reati satellite”. Si è anche scoperto che alcuni lavoratori sono stati messi formalmente in cassa integrazione a carico dello Stato, ma in realtà hanno continuato a cucire tute e camici. «Lo sfruttamento di lavoratori è un’offesa alla dignità umana – ha commentato il procuratore Giuseppe Nicolosi – e da questo male ne è nato un altro, come dimostra questa inchiesta». 

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