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Prato, compravano e non pagavano: 14 condanne per la bancarotta. I nomi

Sono spariti soldi contanti e merce per quattro milioni di euro. La ricostruzione processuale della vicenda


17 giugno 2022 Paolo Nencioni


PRATO. Compravano e non pagavano. Rivendevano al nero e una parte del bottino è finita in due banche svizzere. Si direbbe un caso di scuola la bancarotta milionaria per la quale il Tribunale di Prato ha condannato 14 imputati a pene per complessivi 70 anni di reclusione.

Questo l’esito del processo nato dal fallimento di una società con sede a Prato, la Domino srl, che nel 2009 aveva comprato tutto il possibile, anche al di fuori e a prescindere dai propri scopi sociali, con un solo vero obbiettivo, quello di fare soldi ai danni dei fornitori e delle banche.

Danni quantificati in circa 1.200.000 euro per i fornitori non pagati (oltre a un muletto e due auto) e in tre milioni per le banche tramite lo svuotamento dei conti correnti. Una parte del denaro, un milione e 842mila euro per la precisione, è finita in due banche svizzere, il Credit Suisse di Lugano e la Ubs di Ginevra, ma ha lasciato tracce che hanno finito per inguaiare due dei 14 imputati, gli “spalloni telematici”.

A ricostruire la vicenda ci ha pensato il pubblico ministero Lorenzo Boscagli, che ha ereditato un fascicolo aperto dal collega Eligio Paolini. In sostanza, ha sostenuto l’accusa, la Domino srl ha agito per un po’ come una normale società e poi, soprattutto in seguito all’ingresso di quello che è stato definito il “gruppo Scalmato”, dal nome di uno dei principali imputati, si è limitata ad acquistare merce senza pagare e a chiedere finanziamenti bancari che non aveva alcuna intenzione di restituire.

L’elenco della merce sparita è impressionante: 257 tonnellate di zucchero sottratte alla Sucre Eport London Ltd, 500 navigatori satellitari presi alla Garmin, 48.000 litri di olio di palma soffiati alla Iogor spa, 180 tonnellate di trafilato zigrinato in bobine acquistati e non pagati alla Trafilerie Nave spa, 46 tonnellate di latte in polvere runate alla Prolac Sas, una linea completa di confezionamento per caffè (oltre a una imbustatrice) mai pagata alla Hypo Alpe Adria Bank, due sistemi di stampa sottratti alla Xerox Italia Rental Services. E queste sono solo le partita più grandi.

A un certo punto, com’era inevitabile (e certamente gli imputati l’avevano messo in conto) uno dei fornitori ha presentato istanza di fallimento, che è stato dichiarato dal Tribunale di Prato il 23 aprile 2010. A quel punto i buoi erano già da tempo scappati dalla stalla e il fallimento si è immediatamente trasformato in bancarotta fraudolenta.

Il processo, come spesso accade, non è stato velocissimo, ma i lunghi termini di prescrizione previsti dal codice per le bancarotte hanno fatto sì che andasse in porto con la sentenza emessa dal collegio presieduto da Francesco Gratteri, che ha accolto la tesi dell’accusa.

La pena più alta, 6 anni e quattro mesi, è toccata Luciano Scalmato, ritenuto l’ideatore della bancarotta. Ma anche le altre condanne sono pesanti: 5 anni e quattro mesi a Marco Sabatino Ranalli; 3 anni e tre mesi a Emiliano Laera; 4 anni e sei mesi ad Antonio Emilio Panzeri; 5 anni a Giuseppe Pacini; 5 anni e quattro mesi a Patrizio Mario Iuliani; 6 anni a Silvio Giannì; 3 anni e otto mesi ad Angelo Loreto Lo Sapio; 5 anni e quattro mesi a Giuliano Vecchi; 3 anni e sei mesi a Carmine Crescenzo; 3 anni e 5 mesi a Claudio Giorgi; 5 anni e sei mesi ad Alessandro Maltinti; 5 anni a Patrizio Domenico Berruti; 5 anni a Riccardo Favali. Assolti Claudio Soldati e Moreno Crosta.

 

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