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Bambino pratese affetto da epatite acuta, deciso il trasferimento al Bambin Gesù di Roma

Paolo Nencioni
Bambino pratese affetto da epatite acuta, deciso il trasferimento al Bambin Gesù di Roma

Il raro episodio è stato messo in relazione a quelli segnalati nel Regno Unito, ma i medici invitano alla cautela

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PRATO. «Le epatiti acute nei bambini, se sono sporadiche, non sono un problema se non ovviamente per chi ne soffre. Il problema è quando ce ne sono troppe». Così il dottor Valdo Flori, presidente regionale della Federazione italiana pediatri, commenta il caso del bambino di 4 anni che è arrivato martedì all’ospedale Santo Stefano coi sintomi di un’epatite acuta di cui non si conosce l’origine. E che è stato immediatamente collegato ai tanti casi (108 da gennaio al 12 aprile) che si sono verificati nel Regno unito.

Ancora prima di trovare l’origine dell’epatite che ha colpito il bambino pratese bisognerà capire quanti casi pediatrici si sono verificati in Italia. È l’obbiettivo di un’indagine epidemiologica che è iniziata in questi giorni nei centri specializzati di tutto il paese. Se dovesse emergere un numero molto superiore a quello registrato negli anni precedenti, allora bisognerebbe iniziare a preoccuparsi, ma non siamo ancora a questo punto. Anzi, proprio ieri il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri ha sostenuto che al momento non ci sono casi italiani di epatite acuta pediatrica.

Ci sono, sì, alcuni casi di epatite “non A e non E”, cioè di un tipo che non è stato ancora classificato, ma anche prima che venisse identificata l’epatite di tipo C si parlava di casi “non A e non B”.

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Il bambino pratese è stato portato in ospedale mercoledì con sintomi molto gravi, tanto da rendere necessario il trasferimento nel reparto di rianimazione dell’ospedale pediatrico fiorentino Meyer, dove i medici hanno valutato l’opportunità di trasferirlo all’ospedale di Bergamo per un trapianto di fegato e poi hanno deciso di trasferirlo in ambulanza al pediatrico Bambin Gesù di Roma. Non perché lì siano necessariamente più bravi, ma semplicemente perché nella capitale c’è un centro trapianti e la prassi in questi casi prevede che il paziente sia spostato il più vicino possibile al centro in grado di effettuare un trapianto, se questo si rendesse necessario.

L’epatite che ha colpito il bambino non rientra tra quelle finora conosciute, cioè quelle contrassegnate dalle lettere da A a E, e i medici fanno una diagnosi per esclusione. L’allarme su questo tipo di epatiti è abbastanza recente e finora si contano non più di un centinaio di casi nel mondo. È una patologia particolarmente aggressiva e nei casi più gravi rende necessario il trapianto.

L’allarme è scattato poche settimane fa in Gran Bretagna e successivamente sono stati segnalati alcuni casi sia in Europa che negli Stati Uniti. Si suppone che l’origine sia virale, ma ancora non ci sono certezze. Alcuni piccoli pazienti sono risultati positivi all’adenovirus, altri al Covid (ma questo non fa testo, vista l’enorme diffusione del coronavirus in questo momento).

Finora in Italia sono stati segnalati quattro casi sospetti, ma potrebbero essere molti di più. Il ministero della Salute ha chiesto ai vari ospedali di essere informato di tutti i casi sospetti.

Tra gli addetti ai lavori prevale l’ipotesi che queste epatiti acute siano di origine virale. Ne è convinto anche il dottor Diego Peroni, primario di Pediatria all’ospedale di Pisa. «È molto probabile – dice – ma è ancora presto per dire che i casi italiani siano legati a quelli del Regno Unito. In Italia abbiamo avuto epatiti acute, anche pediatriche, legate al coronavirus, ma si trattava di reazioni multisistemiche. Aspettiamo i risultati dell’indagine epidemiologica».
 

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