Il Tirreno

Prato

lavoro 

E c’è chi lascia il posto sicuro. Effetto collaterale del Covid

Maria Lardara
Alberto Santini della Filcams Cgil
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Alberto Santini della Filcams Cgil

Alla Filcams Cgil di Prato sono state 175 le pratiche per le dimissioni volontarie elaborate fra settembre e ottobre, 26 nella prima settimana di novembre

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PRATO. L’ultima lavoratrice iscritta l’ha guardata bene negli occhi. Alberto Santini, responsabile ufficio vertenze della Filcams Cgil provinciale, le ha chiesto il perché di quella dura scelta. Dimissioni volontarie, di quelle che non danno la possibilità di accedere al beneficio del sussidio di disoccupazione che è la Naspi.

La sfida è cercare di capire dove si va dopo. Era una parrucchiera, ma poteva anche essere un profilo di cameriere di hotel o ristorante, un pizzaiolo, una commessa, un dipendente delle concessionarie di automobili o delle sale Bingo, istruttore sportivo. Categorie di lavoratrici e lavoratori che mollano tutto, dando un calcio a un posto sicuro e cambiano vita.

Al sindacato raccontano di volersi trasferire o di stare alla finestra finché non arriva una migliore occasione di lavoro nel breve termine. Questa fuga dal mercato del lavoro post-Covid si quantifica in numeri: dagli inizi di settembre fino agli inizi di novembre, sono 175 le dimissioni volontarie di lavoratori e lavoratrici con la tessera della Filcams Cgil in tasca. E fra queste, cinque lavoratrici madri: parrucchiere, impiegate commerciali e lavoratrici delle palestre. In virtù della loro iscrizione al sindacato, si rivolgono al sindacato per farsi accompagnare nella trafila delle dimissioni volontarie. Considerando tutta la platea di non iscritti, il fenomeno potrebbe essere di proporzioni maggiori.

«Solo nella prima settimana di novembre si viaggia sulle 26 dimissioni – racconta Santini – L’anno scorso, di questi tempi, tali numeri erano impensabili. Un fenomeno che può avere diverse chiavi di lettura e riguarda principalmente i lavoratori del turismo e della somministrazione». Due comparti economici messi in ginocchio dalla pandemia e che fanno fatica a riprendersi. Ma cos’è che spinge i lavoratori a gettare la spugna? Sentendo i racconti che si susseguono nell’ufficio vertenze si scopre che può dipendere da diversi motivi: riorganizzazioni aziendali tese a comprimere i costi aziendali con conseguente aumento dei carichi di stress sui lavoratori, volontà di ricollocarsi in altri settori, trasferimenti fuori regione con la speranza di lavorare meglio altrove, avere le mani libere per cercare altri impieghi se lo stipendio è più leggero a causa degli ammortizzatori sociali. Lavorare tanto non è sempre sinonimo di lavorare bene e a condizioni accettabili. Potrebbero essere dimissioni già programmate e rimandate, magari “incentivate” dal datore di lavoro che finora non poteva licenziare e che mette il dipendente in condizione di andarsene. In qualche caso la goccia che fa traboccare il vaso è la cassa integrazione che non arriva sempre puntuale. «Ci siamo battuti giustamente per il blocco dei licenziamenti assicurando strumenti come gli ammortizzatori sociali per limitare gli effetti della crisi innescata dal Covid sull’occupazione – fa notare Santini – In quest’ottica, stiamo assistendo a un effetto contrario: poiché i lavoratori non possono essere licenziati, allora si dimettono. Succede, ad esempio, quando si accumulano ritardi per riscuotere la cassa integrazione. Se gli ammortizzatori sociali fossero più efficienti, forse i lavoratori non avrebbero esigenza di ricollocarsi».

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