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La firma dalla Cina non arriva e il funerale non si può fare

Maria Lardara PRATO.
La firma dalla Cina non arriva e il funerale non si può fare

Bloccata la cremazione di una defunta: serve il consenso dei parenti nello Zhejiang Marco Wong: «Non è l’unico caso, necessarie iniziative contro queste procedure» 

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Questo funerale non s’ha da fare. Né in Italia, né in Cina. Tutto per colpa di una firma che serve a dare il consenso alla cremazione dai parenti del Celeste Impero: senza quella, le ceneri del defunto non possono essere disperse, né tornare in madrepatria.

Morire in terra straniera è già uno dei tanti drammi di chi emigra, di chi va alla ricerca di nuovi approdi per costruire una vita migliore. Ma in questo caso piove sul bagnato: negli ultimi mesi capita che ci vogliano anche sei mesi per avere l’ok alla cremazione delle salme di cittadini cinesi che giacciono in obitorio, per via di una complessa burocrazia che mette i bastoni fra le ruote al rito della dispersione delle ceneri (uno dei più diffusi in Cina) .

Storie tristi che racconta Marco Wong, consigliere comunale del Pd che fa da ponte verso la comunità orientale.

Come quella di una cinquantenne defunta bloccata in obitorio per sei mesi perché i parenti residenti in Cina non riuscivano a raggiungere il consolato italiano più vicino per l’autenticazione delle firme.

Sarebbe stata una vicina di casa della donna a coinvolgere Marco Wong perché non c’era verso far arrivare dai parenti di primo grado della defunta l’ok per la cremazione. Problemi di cui sarebbe a conoscenza anche il consolato generale di Pechino a Firenze. Un altro caso che racconta Wong è quello di un cittadino che in punto di morte avrebbe acconsentito alla propria cremazione. «Per evitare tempistiche lunghe sarebbe utile un testamento per esprimere in vita la volontà di cremazione, dichiarando un consenso informato per evitare di dover poi interpellare i parenti: a tal proposito, potrebbe essere proficua una campagna informativa all’interno della comunità cinese per sensibilizzare sulle procedure che occorrono al riguardo». Un’idea che Wong ha buttato là all’assessore comunale con delega all’anagrafe, Gabriele Bosi. Che puntualizza: «Qualunque iniziativa dovrà richiedere un passaggio necessario con il consolato». A rallentare tutta la burocrazia dei permessi per la cremazione sono le lunghe distanze geografiche all’interno del gigante asiatico: in Cina i consolati italiani si contano sul palmo della mano (Shanghai, Chongqing, Canton) , alcuni distanti anche duemila chilometri dall’area (Zhejiang) da cui proviene la maggior parte dei cinesi residenti a Prato. Una situazione che contribuisce a smontare un pregiudizio ancora radicato nell’immaginario collettivo, ovvero che i cinesi non muoiono mai. Muoiono, eccome, soprattutto in tempo di Covid: 43 decessi avvenuti in città nei primi nove mesi del 2021 (34 uomini e nove donne) , quasi raddoppiati rispetto al 2020 quando morirono 25 cittadini cinesi (21 uomini e quattro donne) . A scattare una puntuale fotografia è il rapporto sui decessi aggiornato dall’ufficio statistica del Comune fino al 30 settembre. Probabile che sia stato proprio l’aumento dei decessi, alcuni dei quali causati dal Covid, a portare alla luce il tema della burocrazia lumaca per la cremazione dei defunti cinesi.



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