Il Tirreno

Prato

Caso Pecci, la verità di Perrella «Serviva l’ingresso di un altro socio»

Riccardo Tempestini PRATO.
Caso Pecci, la verità di Perrella «Serviva l’ingresso di un altro socio»

La direttrice licenziata contesta le affermazioni del presidente: «Gestione medievale, non credo»

4 MINUTI DI LETTURA







“Ciao Prato”. Così Cristiana Perrella ha salutato la città pubblicando sul proprio profilo Instagram le foto del trasloco dal bilocale in centro prima di tornare nella sua casa di Roma, da dove si era trasferita a Prato nel lontano 1991 per frequentare la Scuola per giovani curatori indetta dal Centro Pecci, e per tornarci come direttrice del Centro Pecci nel 2018 fino al licenziamento in tronco dell’8 ottobre scorso.

Tornando nella capitale ha accettato di rispondere ad alcune domande del Tirreno.

Cosa risponde ai motivi addotti dal presidente Lorenzo Bini Smaghi per spiegare la revoca dell’incarico?

«Il presidente afferma che il documento programmatico da me elaborato per il triennio 2022-2024 non era abbastanza ambizioso e che non consentiva il “cambio di passo” richiesto dagli stakeholders del museo. Questo ha determinato la decisione di non rinnovarmi l’incarico per un triennio, insieme all’opinione che non esercitassi le responsabilità manageriali legate al mio ruolo, curando mostre e pensando solo al programma anziché fare fundraising e assicurare una costante reportistica al CdA. Rispondo che il mio documento prevedeva eccome una crescita ambiziosa ma la condizionava al reperimento di maggiori risorse, che chiedevo venisse assicurato dalla collaborazione del CdA, e del presidente in particolare, e della politica. Chiedevo di trovare un quarto socio privato che entrasse a fianco del Comune, della Regione e dell’Associazione e che garantisse almeno 400.000 euro l’anno, tra l’altro rendendo più pluralistica anche la governance del museo. Mi è stato risposto in modo reciso che questo non era plausibile. Ho quindi calibrato il programma, e l’aspettativa degli ingressi del pubblico, sulle risorse che pensavo di riuscire a raccogliere con le sole mie forze, come ho sempre fatto».

E cosa si sente di dire sul giudizio dato sulla sua gestione del museo?

«In tre anni e mezzo della mia direzione il Pecci ha aperto 34 mostre, tra cui grandi progetti come Night Fever, Missing Planet, Protext! o la personale di Chiara Fumai e mostre progettuali e uniche di artisti come Rirkrit Tiravanija, Jeremy Deller, Jacopo Benassi, Simone Forti, Formafantasma. Abbiamo avuto grande copertura stampa e raggiunto un pubblico vasto con la nostra comunicazione digitale. Abbiamo riaperto spazi e funzioni del museo, prima il bar, poi i depositi rinnovati, ora a breve le aule didattiche ed eravamo riusciti finalmente anche ad assicurare la riapertura della biblioteca. Anche l’Urban Center, la cui inaugurazione è stata ora rimandata, è un progetto che ho seguito interamente. Abbiamo trovato fondi, privati e pubblici. Abbiamo vinto bandi per centinaia di migliaia di euro, l’ultimo ieri: 100.000 euro per la mostra di Massimo Bartolini dall’Italian Council, a riprova di quanta fiducia godessimo da parte del Ministero. Abbiamo creato alleanze con grandi musei italiani e internazionali, dato avvio alla rete dei musei d’arte contemporanea in Toscana, fatto crescere la collezione pur senza un budget dedicato a questo scopo. E tutto questo con conti sempre in ordine. E con una gestione sempre aperta alla collaborazione e al dialogo, interno ed esterno. Sono fatti, misurabili e verificabili. Non mi sembra esattamente un quadro che coincide con quanto raccontato ieri dal presidente. Una “gestione medioevale”, come l’ha elegantemente definita, difficilmente avrebbe dato questi frutti, soprattutto considerando che la macchina del museo per la sua sola esistenza in vita – tra stipendi, utenze e manutenzione – assorbe tutti i fondi pubblici che il Pecci riceve. Il programma è tutto frutto di autofinanziamento».

E sul programma passato e futuro del museo?

«Il programma a cui il museo aveva lavorato per il prossimo futuro è stato cancellato interamente tranne la mostra di Massimo Bartolini, senza che io fossi mai interpellata in proposito. È noto a tutti che fosse basato su grandi mostre e grandi collaborazioni a cui si stava lavorando da molto tempo. Cao Fei – Supernova, realizzata insieme al MAXXI era pronta, tanto che la prima pagina pubblicitaria che l’annunciava sul Venerdì di Repubblica è uscita con la menzione di entrambe le sedi. La mostra di Vezzoli era addirittura già iniziata con l’intervento in piazza della Signoria a Firenze, realizzato insieme al Museo del Novecento, e stavamo lavorando ai dettagli dell’allestimento per Prato. Solo Musei di carta, curata per il Pecci da Stefano Pezzato, era un po’ indietro nella preparazione. La mostra era stata ideata in dialogo con il Castello di Rivoli, che però ha ritirato la sua collaborazione appena successo il “fattaccio”, con una mail della sua direttrice, molto diplomatica ma chiara nella tempistica».



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web