Sicurezza
Lippi e il calcio col traduttore «La Cina ha i mezzi, non le guide»
Vezio Trifoni
Prato. Marcello Lippi, commissario tecnico della Nazionale italiana campione del mondo nel 2006 e nello scorso decennio della nazionale cinese di calcio è stato l’ospite d’onore, al Museo del Tessuto, del festival Seta.
Intervistato da Piero Ceccatelli ed Enrico Salvadori, l’ex Ct ha raccontato diversi aneddoti ed esperienze alla guida delle due nazionali e dell’opera di diffusione del calcio che ha svolto in Cina, dove dal 2012 al 2015 è stato allenatore del Guangzhou Evergrande, alla cui guida ha vinto la Champions League asiatica. Dal 2016 è stato anche commissario tecnico della nazionale che non riuscì a qualificarsi per i mondiali 2018 in Russia. Durante la permanenza di Lippi in Cina e grazie ai suoi insegnamenti, quasi tutte le società calcistiche hanno avviato attività nel settore giovanile, fino ad allora praticamente inesistente nel Paese.
«Partiamo dal fatto che non ho imparato il cinese perché è impossibile, ma visto che avevo diversi extracomunitari e due ragazzi italiani, tra l’altro uno pratese come Alino Diamanti, e Gilardino – spiega Lippi – allora ho fatto fare un vademecum di diverse lingue su frasi o parole che si usano nel calcio come pressing, calcio d’angolo ecc., così i giocatori potevano capirsi anche se io ho sempre avuto bisogno del traduttore».
Come faceva per parlare con i giocatori?
«Prima bisognava riconoscerli e allora accanto al nome ho messo un numero, così potevo abbinare il giocatore con un numero ed era più facile ma nell’arco di una-due settimane riuscivo a riconoscerli».
In Cina il calcio è molto indietro?
«Non è proprio così, è che i giocatori della nazionale venivano scelti dal club. La commissione chiedeva quali giocatori ritenevano più forti e li convocava senza andarli a vedere o fare una selezione. Appena mi hanno dato questo incarico ho preso degli osservatori italiani e li ho mandati nelle varie regioni, la Cina è sterminata, per capire quali fossero i giocatori più forti alla fine abbiamo selezionato i migliori e abbiamo creato una squadra vera».
Il calcio in Cina è seguito?
«Molto, e loro hanno un grande vantaggio che hanno degli impianti incredibili e futuristici. Pensate che vicino a Guangzhou c’era un’accademia che aveva più di 100 campi da calcio di cui 90 in erba sintetica e 10 in erba e uno stadio avveniristico. Hanno delle grandi potenzialità ma devono essere guidati e grazie alla nostra associazione e anche all’aspetto medico sono cresciuti. Quando si andava in trasferta e sapevano che c’era il medico della nazionale italiana venivano a chiedere di vedere i loro giocatori».
Perché molti stanno poco e poi tornano in Italia o in Europa?
«È un altro calcio e sappiamo bene che il top è l’Europa, per chi deve concludere la carriera e lo fa per sistemarsi è perfetto ma chi vuole farsi conoscere è bene che resti in Europa».
Quale sistema si può utilizzare per avvicinare al calcio i bambini e le bambine cinesi che vivono a Prato?
«Come succede con tutti i bambini: attraverso il coinvolgimento, se c’è un bel gruppo allora anche i bambini della comunità cinese si appassioneranno al calcio».
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