Lutto
I cinesi raccontano la loro Chinatown e coprono gli adesivi “scomodi” sui pali
L’iniziativa del festival “Seta” nelle strade del Macrolotto zero. Gli annunci delle prostitute sostituiti con messaggi “buoni”
Un telefono e una scheda. La chiamata intercontinentale, la nostalgia, le mille lire per ogni minuto di conversazione: un’altra epoca. «Vedete lì, al posto del parrucchiere? C’era un centro telefonico dove si veniva per chiamare i parenti. In vent’anni il quartiere ha cambiato pelle. All’epoca c’era solo la tavola calda di Luigi». E poi quel centro telefonico all’angolo di via Nino Rota che è un pezzo di vita per Qin Huang, mediatrice del Pegaso 2. Alla fine degli anni ’90 le videochiamate uno se le sognava: alzare la vecchia cornetta significava stabilire un ponte con gli affetti rimasti nel Celeste Impero.
Storie di emigrazione, di quelle vissute e raccontate ai pratesi grazie al festival “Seta. Dialoghi sulla Cina contemporanea” in scena fino a oggi. Quando arriviamo con Qin in via Marini, per la quarta tappa della passeggiata urbana organizzata dal collettivo artistico Wuxu, abbiamo già camminato per un’ora e mezza. In mano abbiamo un libretto di canzoni e una cartina con sei tappe fra il centro storico e Chinatown. E in quella mappa spunta un ex point telefonico abbinato a un ricordo della “supermamma”. Sì, perché a Qin piace presentarsi così, lei che ha due figli grandi e dediti allo studio. In piazza Duomo ci apre le porte del suo cuore, in barba allo stereotipo che vede i cinesi come persone chiuse. «Sono una mamma single. Ho imparato l’italiano da autodidatta: non avevo cellulari ma solo un dizionario». Volano accordi di chitarra: Zheng, anima del collettivo Wuxu, canta e suona la “canzone d’amore dei single”. Perché in Cina l’11 novembre è la festa dei single. La cartolina sullo sfondo è quella di piazza Duomo, non a caso. Perché qui i primi immigrati cinesi amavano scattarsi le fotoventi anni fa. Sfilano canzoni, luoghi e ricordi. E pacchi di adesivi “buoni” per allontanare quelli “cattivi” che tappezzano i lampioni e cartelli della Chinatown. Yiahn li distribuisce ai 35 partecipanti iscritti alla passeggiata guidata dal sinologo Roberto Pecorale. Famiglie, pensionate, ricercatori universitari. E poi ci sono loro, gli alunni del professor Pecorale che frequentano il liceo internazionale del Convitto Cicognini. Studiano il cinese e lo sanno parlare: in via Pistoiese sfoderano subito le loro competenze linguistiche. La piaga dei tazebao è sotto i loro occhi. «Guardate qua, questo annuncio è davvero brutto». Prontamente un alunno lo copre con un altro foglietto che parla di business: “gli affari vanno bene”. Un bimbo attacca l’adesivo “diritto del lavoro” sopra un altro che ha come oggetto una prestazione sessuale da parte di una “regina con due grandi seni”. «Il collettivo Wuxu ha avuto l’intuizione di riprendere lo stesso font degli adesivi attaccati per ripensare gli annunci con messaggi positivi», spiega Pecorale. È lui ad aprirci le porte della prestigiosa istituzione che ebbe come allievo D’Annunzio. Sul palco del teatro svetta l’installazione “The Gate”. Stavolta a raccontarsi è Felicia, iscritta alla facoltà di economia. «Gli anni del liceo sono stati i più belli della mia vita. Mi sento fortunata». E giù con il brano “Piccola fortuna”, scandito dalla chitarra di Zheng e dalla voce di Felicia. Penultima tappa, i Ravioli Liu. Quello in via Filzi è uno dei ristoranti più tipici del Nordest della Cina. Esemplare la storia di Simona, nome italianizzato dalla titolare. Dalle sue parole si scopre che Liu è il nome di un attore di una fortunata serie tv in Cina. «Cucinare ravioli è un rito familiare: c’è chi impasta, c’è chi prepara il ripieno». È ora di pranzo e Simona rientra in cucina: arrivano i clienti.
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