Il Tirreno

Prato

L’inchiesta 

Analisi gratis ai parenti, in 29 rischiano il processo

Paolo Nencioni PRATO.
Analisi gratis ai parenti, in 29 rischiano il processo

La Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di tecnici, medici e infermieri dell’Asl accusati di aver favorito anche amici e conoscenti non facendo pagare il ticket

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A quasi due anni dalle prime notizie, e a quasi quattro dall’inizio delle indagini, la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio di 29 persone con l’ipotesi di truffa aggravata in relazione agli esami che, secondo l’accusa, venivano fatti gratis a parenti, amici e conoscenti di medici e infermieri nel laboratorio interno dell’ospedale Santo Stefano. Tra i 29 non c’è la dottoressa Patrizia Casprini, all’epoca direttrice del laboratorio, che prima della chiusura delle indagini dei sostituti Lorenzo Boscagli e Lorenzo Gestri ha chiesto la “messa alla prova”, uno strumento giuridico pensato per i minori e poi esteso anche agli adulti, in base al quale l’indagato riconosce le sue responsabilità e chiede di accedere a lavori socialmente utili. Al termine del periodo di prova, se il percorso è andato bene, il reato si estingue. Non così per i 29 tra tecnici, medici e infermieri del laboratorio del Santo Stefano, che invece hanno deciso di affrontare l’udienza preliminare, fissata per il 21 aprile, nel corso della quale il gip deciderà se le accuse sono fondate ed eventualmente il rinvio a giudizio.

Lo scandalo del laboratorio del Santo Stefano emerse nel novembre di due anni fa, ma le indagini della guardia di finanza erano iniziate molto prima, nel gennaio 2017, in seguito a un processo che vedeva opposte la direttrice del laboratorio e una sua dipendente, schiaffeggiata dalla prima. C’era stato un acceso litigio che aveva per oggetto l’esame di una provetta priva del codice a barre e nel corso di quel procedimento la dipendente fece riferimento a presunte irregolarità che venivano commesse nel laboratorio. La dipendente si era rifiutata di fare l’esame sulla provetta priva del codice a barre proprio perché aveva capito che nessuno avrebbe pagato il ticket su quell’esame. Il giudice trasmise gli atti alla Procura e di lì iniziò l’inchiesta che ora ha portato alla richiesta di 29 rinvii a giudizio.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, in centinaia di casi, probabilmente più di mille, chi lavorava nel laboratorio non avrebbe fatto pagare il ticket a familiari, amici e conoscenti. Un malcostume diffuso, se verrà provato in aula. All’inizio furono 43 le persone iscritte nel registro degli indagati, poi c’è stata un’opera di scrematura e ne sono rimasti 29. Le indagini si sono concentrate anche sulle tracce informatiche lasciate dai dipendenti dell’Asl nei computer dell’azienda. Per tutti l’accusa è quella di truffa aggravata, ma sull’inchiesta incombe il rischio della prescrizione perché i fatti contestati sono molto lontani nel tempo e forse è per questo che i 29 non hanno fatto la scelta della dottoressa Casprini.

A nessuno degli indagati viene contestato di essersi messo i soldi in tasca. In pratica sono accusati di non aver fatto pagare il ticket, soldi che comunque non sono finiti nelle casse dell’Asl. La stessa Asl presentò un esposto dopo essere venuta a conoscenza dell’inchiesta.



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