Il Tirreno

Prato

Il vescovo ai pratesi: "Salvare il lavoro, non la rendita"

19 marzo 2020: l'Ostensione della Sacra Cintola davanti a piazza Duomo deserta
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19 marzo 2020: l'Ostensione della Sacra Cintola davanti a piazza Duomo deserta

Lettera pastorale di monsignor Nerbini per la festa della Natività di Maria. Il programma della festa dell'8 settembre

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PRATO. Salvare il lavoro, non la rendita. È questo uno dei passaggi più significativi nella lettera che il vescovo Giovanni Nerbini ha inviato alla città in occasione della festa dell’8 settembre. Una lettera molto lunga e piena di riferimenti dottrinali, ma nella quale a un certo punto irrompe la realtà della crisi economica provocata dalla pandemia Covid. «È la sapienza – scrive monsignor Nerbini – che ci consente di dire che è male pensare di uscire dalla crisi salvando la rendita – uno dei virus della Prato degli ultimi decenni – anziché il lavoro e con esso le donne e gli uomini. È la sapienza che ci fa riconoscere il bene negli sforzi di restituire alla loro funzione sociale l’iniziativa privata e l’azione di sindacati, associazioni di categoria, forze politiche e culturali».

Nerbini ricorda anche le parole pronunciate il 19 marzo 2020 davanti a una piazza Duomo deserta e le ritiene ancora valide: «Una nuova città dove la politica, quella con la P maiuscola, prevalga sulla finanza, dove il bene comune sappia comporre i pur legittimi interessi particolari, dove la legge prevalga sull’illegalità e lo sfruttamento, dove italiani e cinesi – senza dimenticare le altre etnie – sappiano dar vita insieme a nuove opportunità economiche e di lavoro, dove tutte le principali componenti lascino da parte le proprie visioni particolari e sappiano disegnare insieme un nuovo volto della città, perché – come ci dice l’emergenza del Coronavirus – solo insieme potremo salvarci».

Ecco il programma dell’8 settembre.

Alle 10. 30 il Solenne Pontificale in cattedrale e l’omaggio dei ceri alla Sacra Cintola. Dalle 11 alle 12 in piazza delle Carceri una visita didattica per le famiglie grazie alla quale si potrà apprezzare in modo “differente” il Castello dell’Imperatore e i suoi dettagli. Dalle 15. 30 alle 19. 30 a cura di Terra di Prato saranno allestiti dei banchi didattici che rappresenteranno alcuni spaccati della vita quotidiana nel XIII secolo, con tessitura, accensione del fuoco, scrittura, tiro con l’arco e balestra, armi e armature e giochi per bambini. A partire dalle 17 l’esibizione di gruppi storici e sbandieratori. Tutte le attività si svolgeranno nel pieno rispetto delle norme anti Covid ed è obbligatorio il Green pass. A mezzogiorno in Comune la consegna del Gigliato d’argento a Maria Petrà, presidente della Sezione Femminile della Misercordia di Prato, Pompeo Taurasi, storico volontario della Pubblica Assistenza L’Avvenire di Prato e alla memoria dello scrittore e giornalista pratese Franco Riccomini. In piazza del Duomo (capienza mille persone) via alla musica e agli spettacoli dal vivo alle 20.30 con l’ensemble Terzo Tempo e il soprano Luisa Berterame. Poi lo spettacolo di fuoco e luci dei Lumen Invoco, il monologo teatrale dell’attore Giovanni Scifoni e gli sbandieratori. Alle 22.30 l’Ostensione del Sacro Cingolo mariano e al termine l’Ave Maria di Schubert cantata dal soprano Luisa Berterame che chiuderà il Corteggio Storico 2021.

Il testo integrale della lettera pastorale del vescovo Nerbini.

Abbiamo iniziato a tessere quella che è la storia della Prato di domani. Fili e lacci di colori diversi, a volte cupi, hanno tenuto unite le nostre vite quotidiane in questo ultimo anno e mezzo: il dolore di tanti – che la pandemia ha toccato negli affetti, nel corpo, nelle condizioni di vita, nel lavoro, nelle relazioni, nello studio -  così come le attese di giorni più sereni, di una vita segnata dalla cura per la dignità della persona, di una città capace di essere a misura di umanità. Adesso, dopo quelli che - si spera - sono stati i mesi più duri di questa emergenza sanitaria, è avanti che dobbiamo guardare. E per farlo Prato può ricorrere alla sua antica sapienza: ossia tessere, intrecciare fili diversi secondo un disegno creativo ma unitario. Perché tessere è volontà di raggiungere una mèta, portando la tela sempre più avanti.

Per riflettere su come affrontare questa nuova tessitura sul telaio della nostra storia possiamo farci aiutare dalle parole della sapienza biblica.

 

         La Parola e la vita

È detto nel primo libro dei Re che poco dopo la sua ascesa al trono, Salomone si recò a Gábon per offrire sacrifici al Signore. In quel luogo, durante la notte, Dio apparve in sogno al re promettendogli di donargli ciò che avesse chiesto. Il testo sacro riporta così la richiesta di Salomone: «Ora, Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene io sono solo un ragazzo; non so come regolarmi. Il tuo servo è in mezzo al tuo popolo che hai scelto, popolo numeroso che per quantità non si può calcolare né contare. Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male; infatti chi può governare questo tuo popolo così numeroso?» (1Re 3, 7-9). Alle parole del re, il Signore rispose: «Poiché hai domandato questa cosa e non hai domandato per te molti giorni, né hai domandato per te ricchezza, né hai domandato la vita dei tuoi nemici, ma hai domandato per te il discernimento nel giudicare, ecco, faccio secondo le tue parole. Ti concedo un cuore saggio e intelligente: uno come te non ci fu prima di te né sorgerà dopo di te» (1Re 3, 11-12).

         La Scrittura, con la sua ricchezza spirituale e di umanità, si pone dinanzi a noi anche in questo tempo nel quale la pandemia ci obbliga a misurarci con la realtà: con tutta la sua durezza e al contempo con gli spazi di possibilità che si aprono e chiamano in causa la nostra responsabilità. I cristiani, nella loro storia millenaria, hanno imparato quanto questo dialogo fra la Parola e la vita sia stato fecondo: capace di dischiudere lo sguardo sulla verità delle cose e sugli orizzonti di futuro possibili e al tempo stesso in grado di alimentare una comprensione più acuta e profonda della Scrittura. Gregorio Magno racchiudeva questa pratica sapienziale, questo passare dalla Scrittura alla Storia e dalla Storia alla Scrittura, nella constatazione che: «la Scrittura cresce con colui che legge» (Scriptura crescit cum legente). Così, anche per i cristiani di questo momento storico, anche per la Chiesa che è in Prato, la Parola si offre come una realtà viva e vitale, che alimenta l’intelligenza delle cose e si schiude, come i petali di un fiore, alla luce della Storia viva delle donne e degli uomini.

         Lo sforzo sapienziale di far dialogare il vissuto complicato, spesso doloroso, di questo lungo periodo di pandemia con il racconto del sogno di Salomone, credo possa essere un contributo profondo che come cristiani possiamo dare alla comunità di cui siamo parte. Per il credente questi mesi trascorsi e quelli che abbiamo davanti sono una chiamata alla carità attiva, ma il Popolo di Dio sa che la carità autentica, la carità eucaristica, si nutre della capacità di guardare la realtà con quella sapienza del cuore che permette di comprendere come dispensare l’amore che cura le ferite e ristora l’anima. Tornando dunque alle parole del Libro dei Re da cui abbiamo preso le mosse, credo emergano almeno quattro elementi che parlano con il nostro oggi, a tutte le donne e gli uomini che con noi affrontano questo tempo di prova. Soffermarci su di essi credo possa aiutarci a pensare in profondità la realtà nella quale siamo calati e rischiarare i sentieri che in essa si aprono.

 

Non rimpiangere il passato

Vi è un tratto che qualifica la preghiera che Salomone rivolge a Dio: la richiesta di un “cuore ascoltante” che sappia cioè porsi in ascolto, perché solo un cuore del genere può rendere giustizia e distinguere il bene dal male. La traduzione italiana più usuale di quell’aggettivo è «docile», ma è l’ascolto che ancor più Salomone domanda. Quello che il re chiede desta stupore, soprattutto pensando al contesto e al momento delicatissimo che Salomone e Israele stanno attraversando: Davide, il grande re, è appena morto e la successione di Salomone si consuma nella cornice di una sanguinosa lotta di potere, col tentativo di usurpazione da parte del fratellastro, Adonia, sostenuto dal sacerdote Ebiatár e dal generale Ioab. La morte violenta dei tre congiurati assicura il trono a Salomone ma lascia il regno e il nuovo sovrano in una condizione di timori e incertezze sul futuro. Di fronte a tutto questo Salomone non si lascia vincere dalla tentazione di accrescere il proprio potere o la propria ricchezza, di eliminare tutti i propri nemici. Al contrario, quello che chiede è «un cuore docile», che nel linguaggio biblico non significa un animo arrendevole, in balia della volontà del più forte o della pressione degli eventi. La docilità invocata dal re, come sottolineavo, è la capacità di ascoltare, più ancora la condizione del cuore che si dispone ad imparare. L’atteggiamento di Salomone non è dunque l’esercizio della forza ma dell’umiltà, cioè la scelta di radicarsi nell’humus, nella terra, di essere ben saldo nelle vicende del proprio popolo per comprenderle e coglierne la verità.

Proprio questa docilità del cuore rappresenta la disposizione d’animo che dobbiamo lasciar maturare dentro di noi per imparare a pensare il presente e il futuro della città di cui siamo parte. Soprattutto, questa docilità ci consente, in primo luogo, di accettare i nostri limiti, di non cedere alla tentazione di chiuderci in noi stessi e guardare al nostro bene individuale, a quelle che crediamo essere le nostre sicurezze. Come Salomone, anche noi dobbiamo pensare a come possiamo fare il bene del popolo. Come Salomone dobbiamo riconoscere che nessuno di noi ha la forza, da solo, di assolvere a questo compito e dunque abbiamo bisogno di disporci all’ascolto e alla comprensione e dobbiamo farlo assieme, aiutandoci l’un l’altro a capire, perché in ciascun essere umano alberga un frammento di verità.

Accanto a questo, avere un cuore disposto ad apprendere ci ricorda che non dobbiamo rinchiuderci in idee staccate dalla realtà, nel rimpianto del passato – tanto tenace nei pratesi degli ultimi anni – o nella tentazione di riprodurlo. Salomone è consapevole della grandezza di suo padre Davide, eppure non intende ripetere quel passato: sceglie di partire dal basso, sceglie l’umiltà, per aprirsi al futuro. Rendere giustizia: ecco il suo intento, che significa mettere davanti a tutto gli ultimi, coloro che non trovano giustizia, per dare loro la possibilità di esercitare i diritti e i doveri che fanno la loro dignità. Del resto, è nel rendere giustizia agli uomini e alle cose, ai poveri e al nostro ambiente violato, che risiede la misura della qualità di una società e della politica, soprattutto in democrazia.

Risuona vibrante, severo l’appello che Papa Francesco rivolse ai pratesi dal Pulpito di Donatello il 10 novembre 2015: «La vita di ogni comunità esige che si combattano fino in fondo il cancro della corruzione, il cancro dello sfruttamento umano e lavorativo e il veleno dell’illegalità. Dentro di noi e insieme agli altri, non stanchiamoci mai di lottare per la verità e la giustizia». Sono arrivato a Prato due anni fa ma sento di poter affermare che quelle parole, tra le più coraggiose ascoltate negli ultimi tempi in città, sono – dopo quasi sei anni – ancora molto vere.

Se renderemo «ascoltante» il nostro cuore, avremo imparato con che unità di misura giudicare le luci e le ombre della nostra Prato.

 

         Salvare il lavoro, non la rendita

Il secondo tratto che si coglie nel sogno di Salomone emerge dalla risposta di Dio alla preghiera del re. Nell’esaudire la richiesta del sovrano, il Signore concede «un cuore saggio e intelligente». Dunque, alla presa d’atto dei propri limiti e al bisogno di ascoltare e imparare, la risposta che Dio dà è la sapienza, cioè un sapere che non è vuoto intellettualismo o semplice accumulo di conoscenze. Al contrario, è la capacità di sentire il sapore delle cose, di percepirne il gusto, la qualità, di discernere come tutti questi profumi creano la fragranza della realtà.

È questo tipo di sapere, quello di cui è capace il cuore dell’uomo, di cui anche noi oggi, nella nostra Prato, abbiamo bisogno. Ci occorre la capacità di sentire il sapore della realtà, di saper cogliere cosa c’è di amaro nelle sofferenze e nelle fatiche, nella crisi del lavoro e nel dover lasciare quanto non possiamo portare nel domani. Ci occorre la capacità di sentire il gusto buono delle speranze, delle tante idee e iniziative che ci sono ma non trovano spazio o a cui non sappiamo dare voce. È la sapienza che ci consente di dire che è male pensare di uscire dalla crisi salvando la rendita – uno dei virus della Prato degli ultimi decenni – anziché il lavoro e con esso le donne e gli uomini. È la sapienza che ci fa riconoscere il bene negli sforzi di restituire alla loro funzione sociale l’iniziativa privata e l’azione di sindacati, associazioni di categoria, forze politiche e culturali.

Di questa pandemia, a Prato, resterà una immagine–simbolo, sopra le altre: l’Ostensione del Sacro Cingolo della sera di San Giuseppe 2020 – indimenticabile quel 19 marzo – nella piazza vuota. Eravamo agli inizi di una emergenza drammatica e inedita, che non avremmo certo immaginato così lunga. Quella sera pronunciai parole che, mi pare, possano costituire davvero ancora una traccia di cammino. Eravamo chiusi nelle nostre case, ma mi sentii di invitare tutti a «costruire la nuova città, il domani che è nelle nostre mani». E spiegavo: «Una nuova città dove la politica, quella con la P maiuscola, prevalga sulla finanza, dove il bene comune sappia comporre i pur legittimi interessi particolari, dove la legge prevalga sull’illegalità e lo sfruttamento, dove italiani e cinesi – senza dimenticare le altre etnie - sappiano dar vita insieme a nuove opportunità economiche e di lavoro, dove tutte le principali componenti lascino da parte le proprie visioni particolari e sappiano disegnare insieme un nuovo volto della città, perché – come ci dice l’emergenza del Coronavirus – solo insieme potremo salvarci».

 

Intrecciare le diverse intelligenze

Con la sapienza Dio concede a Salomone anche l’intelligenza, perché imparare non significa solo distinguere le cose, ma richiede anche la capacità di leggere quello che c’è fra le cose, ciò che le lega. L’intelligenza è, infatti, un «leggere fra le cose» che permette di cogliere i legami e dare ad essi valore. Perché la realtà è una tessitura viva che siamo chiamati a sviluppare, a continuare e migliorare.

Anche in questo possiamo cogliere un appello rivolto a tutta la nostra comunità: se la sapienza ci può mostrare la ricchezza multiforme della realtà, l’intelligenza di tante persone ci permette di vedere come la realtà vive, cresce, cambia direzione. Per questo la nostra comunità ha bisogno di attingere alle tante intelligenze che in essa già ora operano. Il distretto del «fare» ha oscurato troppo spesso la città «del pensare», lasciando da parte competenze, risorse intellettuali, ricerca e confronto di idee.

Abbiamo l’urgenza di mettere a frutto l’intelligenza del lavoro, dei tanti mestieri e delle tante professioni che la nostra Prato esprime. Dobbiamo dare spazio all’intelligenza economica di chi ha gli strumenti per consigliare come investire in modo efficace e giusto. Ci serve l’acume dell’intelligenza sociale dei tanti che si impegnano nelle associazioni e in quello che chiamiamo terzo settore e l’intelligenza culturale che sa coltivare la pluralità di un territorio pronto a farsi casa per tutte le donne e gli uomini di buona volontà. La nostra comunità ha bisogno dell’intelligenza della cura, che è propria di chi si occupa delle ferite del corpo e dell’anima nelle nostre strutture sociosanitarie soprattutto a vantaggio dei fragili, degli ultimi e degli emarginati. Mi piace ricordare come in questi mesi difficili abbiamo ricevuto tutti un esempio edificante dalle professioni sanitarie.

La nostra Prato chiede anche un’intelligenza politica, che certamente vede chiamati in causa coloro che rivestono ruoli istituzionali, ma che nella nostra democrazia è responsabilità di tutto il popolo. È infatti l’intelligenza del pensare, certo con fatica, ma una fatica buona, le cose nella verità delle relazioni in cui si trovano e dunque un’intelligenza che sa comporre tutti i vari sforzi, tutte le altre intelligenze, in ragione della meta comune del bene della città. I social network e la loro cultura hanno portato, in questi anni, anche a Prato, a relazioni molto più informali, anche sul piano politico e sociale, ma – paradossalmente – hanno svilito e diradato il confronto vero e costruttivo.

 «Fare patti»: è questo, secondo il forte invito di Papa Francesco ai pratesi del 10 novembre 2015, il desiderio che ci deve animare. È chiaramente da quell’appello, ripreso in occasione del quinto anniversario della venuta del Santo Padre nella nostra città, che il percorso da cui nasce anche questa mia lettera ha preso le mosse.

Infine, alle donne e agli uomini della nostra Prato serve anche l’apporto dell’intelligenza religiosa, che mette in dialogo la realtà con la fede, guardandosi tanto dalla mondanizzazione della seconda quanto dalla sacralizzazione della prima. È questa un’intelligenza che è decisiva nel mondo di domani, dove dovremo fare popolo assieme a donne e uomini di fedi diverse e che tuttavia sono accomunate dal bisogno di senso che abita nel profondo del cuore umano

 

Diventare un popolo affidandosi ai giovani

La nostra Prato, per quanto ferita e violata dalla pandemia, per quanto segnata dal timore della terza crisi economica in venti anni, oggi è anche e soprattutto questo intreccio di energie, sapere, intelligenza e umanità. Siamo allora chiamati a unire i vari fili, a tessere la tela del nostro oggi e del nostro domani, mettendo a frutto le capacità di tutti. Non basta la competenza di uno solo, perché la realtà e l’umanità non sono a una dimensione: non è tutto solo economia, o politica o religione, perché l’essere umano, che è immagine e somiglianza di Dio, è aperto a insospettabili possibilità e soprattutto è investito della responsabilità della propria libertà. Quello che abbiamo davanti è dunque un compito preciso: diventare popolo. O forse sarebbe meglio dire: ridiventare popolo.

         E questo è possibile grazie ad un ultimo elemento che emerge dal passo biblico su cui stiamo meditando. Infatti, al dialogo che abbiamo provato a sviluppare fra la nostra realtà e il racconto del sogno di Salomone manca un ultimo essenziale tassello, quella che è, per così dire la chiave di volta di questo cercare prospettive di futuro possibile. Se davvero vogliamo guardare ai mesi e agli anni che abbiamo davanti con la sapienza e l’intelligenza che alimentano un cuore docile, è ai giovani che dobbiamo guardare. Non solo per prenderci cura di loro: più ancora, per chiedere loro di indicarci la direzione che la nostra comunità deve prendere, verso dove iniziare a camminare e così diventare popolo.

         Il passo del primo Libro dei Re ci dice che Salomone, al momento della sua ascesa al trono, era un giovane, consapevole della propria inesperienza e del peso insostenibile dell’essere guida del popolo di Israele. Eppure, questo giovane è colui su cui Dio sceglie di investire, è colui che riconosce la propria fragilità e dunque chiede di sapere per poter ben governare. Ed è colui che proprio per questo non vive nell’ombra del padre, non si accontenta dell’eredità di Davide e non vuole ripetere anacronisticamente le glorie passate. È colui che apre a Israele un futuro di giustizia e di pace che ha la sua icona nel tempo costruito per Dio, dove il Signore viene ad abitare in mezzo al suo popolo.

         Se è del contributo e dell’impegno di tutti che abbiamo bisogno, è soprattutto ai giovani che dobbiamo affidarci, domandando loro, certo, anche un di più di responsabilità. Prato conta una popolazione giovanile superiore alle altre città vicine, una risorsa che troppo spesso dimentichiamo.  Sono i loro cuori quelli più «docili», disposti ad ascoltare e apprendere. Sono loro i più pronti a ricevere ed esercitare la sapienza e l’intelligenza, a dirci ciò che è male e ciò che è bene, a spiegarci come tenere assieme economia, socialità, cultura, politica, fede e dare al domani di Prato il volto e lo sguardo di un popolo che sa camminare nella storia degli uomini. È sulla loro «misura» che dobbiamo costruire la città di domani.

 

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di Redazione web