Il Tirreno

Prato

venti anni fa il g8 

«È stata la fine della giovinezza, ma fu giusto essere a Genova»

Paolo Nencioni PRATO.
«È stata la fine della giovinezza, ma fu giusto essere a Genova»

Fausto Bagattini ricorda la spedizione dei pratesi al vertice finito nel sangue «Era una situazione sudamericana, fummo costretti a rifugiarci nel cimitero»

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«Per tanti di noi quei giorni sono stati la fine della giovinezza, ma a me è rimasto un senso di purezza, la sensazione che era giusto essere lì a dire quelle cose».

Fausto Bagattini sente ancora nelle orecchie il rumore degli elicotteri della polizia che volteggiavano sopra lo stadio Carlini di Genova, nei giorni di luglio del 2001, dove decine o forse centinaia di pratesi erano andati a contestare il G8 poi macchiato dalla morte di Carlo Giuliani e dalle violenze nella caserma Diaz. Ora Fausto fa il ristoratore (gestisce il Kaldi’s Kaffè insieme alla moglie Mek) ed è padre di una bella bambina che è nata proprio un 20 luglio, il giorno della morte di Giuliani, e forse anche per questo non ha dimenticato.

«Eravamo partiti il giorno prima – racconta – Io ero coi Giovani comunisti e andammo in treno, da Campo di Marte. Ricordo che a Prato era nato il Coordinamento anti-G8 che poi si sarebbe trasformato nel Prato social forum. C’era un clima incandescente, figlio del movimento nato a Seattle due anni prima, delle proteste a Ventimiglia, a Napoli. Sapevamo di avviarci verso una situazione particolare, c’era tensione».

Ma nessuno immaginava davvero quello che sarebbe successo. «Il primo giorno fu relativamente tranquillo – è ancora Bagattini a parlare – Il giorno seguente partì proprio dallo stadio Carlini il corteo che poi sarebbe sfociato nella morte di Carlo Giuliani, ma noi pratesi lo sapemmo solo alla fine perché rimanemmo bloccati a quattro chilometri dalla zona rossa sotto il tiro dei lacrimogeni delle forze dell’ordine. Nessuno di noi fu picchiato, ma ce la vedemmo brutta. Quando tornammo indietro si parlava addirittura di due morti, di uno poi si capì che era stato un incidente stradale».

Lo choc vero arrivò il mattino seguente, quando tutti realizzarono che cosa era successo. «Ho ancora i brividi quando ne parlo – ricorda Bagattini – Dormivano negli scantinati del Carlini e ai bagni mi venne incontro un ragazzo con la prima pagina di un giornale, c’era la foto di Carlo Giuliani, morto per terra, con un buco in testa».

Fausto Bagattini e tutti quelli che erano con lui non potevano sapere che il peggio forse doveva ancora arrivare. «Sì – dice – Sembrava una situazione sudamericana, c’era tensione, paura. Mi ricordo che andammo in corteo e arrivati all’altezza dello stadio di Marassi la situazione si fece pericolosa e fummo costretti a rifugiarci al cimitero, c’era quel continuo rumore degli elicotteri, ancora non sapevamo che cosa era successo alla caserma Diaz (dove decine di manifestanti furono picchiati a freddo, ndr). C’era comunque la sensazione di stare vivendo un momento storico. Prima che iniziassero gli scontri c’era stato il tempo di parlare delle cose che ci stavano a cuore. Già allora si parlava di quanto fosse importante cancellare i brevetti sui vaccini per renderli disponibili a chi non aveva i mezzi economici per procurarseli. Non avevamo tutte le soluzioni, ma capivamo che era giusto essere lì a parlarne».

Poi ci fu il lento ritorno a casa, sempre con un occhio alle spalle. «Dovemmo andare a prendere le nostre cose allo stadio – racconta Bagattini – e poi dovevamo raggiungere la stazione. Non volevamo andare in un gruppo numeroso, ma nessuno si fidava nemmeno ad andare da solo, così ci muovevamo a gruppetti. Fu quando eravamo già sul treno alla stazione che arrivò la notizia delle violenze alla Diaz. Noi eravamo lì, il treno non partiva e fuori erano schierati polizia e carabinieri. Il tempo non passava mai, avevamo paura di quello che sarebbe potuto succedere, ma poi finalmente quel treno partì». E portò a casa tanti ventenni che non avrebbero dimenticato facilmente.

«Forse è stato più difficile sopportare il “dopo-Genova” che lo stesso G8 – dice Bagattini – con tutte le polemiche che seguirono, fino a quando l’11 settembre spazzò via tutto. Sì, per molti forse è stata la fine della giovinezza, a distanza di 20 anni quello spirito si è esaurito, non c’è più, ma chi c’era non può dimenticare». —



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