Il Tirreno

Prato

la mostra

Ecco il mondo fatato della “Turandot”

Azelio Biagioni
Alcuni dei costumi della Turandot al museo del Tessuto
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Alcuni dei costumi della Turandot al museo del Tessuto

I costumi originali della grande opera e l’oriente di Puccini da sabato 22 maggio al 21 novembre al museo del Tessuto

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PRATO. Aprirà domani, sabato 22, la mostra “Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba” allestita al museo del Tessuto. La mostra sarà visitabile fino al 21 novembre. Un’esposizione unica, particolare, ricca, frutto di un lungo lavoro del museo nato intorno al ritrovamento (e all’acquisizione), qualche anno fa, di abiti e gioielli di scena risalenti alla prima assoluta della Turandot di Puccini e facenti parte del guardaroba privato del soprano pratese Iva Pacetti, abiti poi sottoposti a interventi di conservazione e restauro.

E oltre a quello di Pacetti, si fondono tre nomi in questa mostra: quello di Giacomo Puccini, quello di Galileo Chini che venne scelto dal maestro per la realizzazione delle scenografie per la Turandot, andata in scena per la prima volta alla Scala di Milano nel 1926, e poi il nome di Caramba (ovvero Luigi Sapelli), che ha disegnato e realizzato i due costumi ritrovati dal museo e appartenuti a Pacetti e i costumi della prima dell’opera che ora sono in mostra a Prato. Co-organizzatore dell’evento il Sistema museale dell’ateneo fiorentino.

«Presentare una mostra – dice il sindaco Matteo Biffoni – è sempre importante, ma oggi ancora di più perché assume un valore particolare in questo momento storico che stiamo vivendo». Il percorso espositivo di “Turandot e l’Oriente fantastico di Puccini, Chini e Caramba” parte dal piano terra del museo del Tessuto dove il visitatore viene immerso nei colori dell’Oriente: 120 oggetti della collezione Chini provenienti dal museo di antropologia ed etnologia di Firenze. Ci sono tessuti, maschere teatrali, porcellane, strumenti musicali e molto altro. Al piano superiore una parte è dedicata alle scenografie per la Turandot dove sono esposti anche cinque bozzetti finali delle scenografie dell’opera provenienti dall’archivio storico Ricordi di Milano.

Mentre nella terza sala si trova prima di tutto il baule, quel baule dove vennero trovati in pessimo stato di conservazione i due costumi e i gioielli di scena appartenuti a Iva Pacetti. Poi la sala si spalanca a un tripudio di colori con gli abiti di scena di Turandot: quelli restaurati dopo il ritrovamento (e di proprietà del museo) insieme a trenta costumi provenienti dall’archivio della sartoria Devalle di Torino, tutti ideati e realizzati da Caramba. Sono gli abiti di scena della prima rappresentazione di Turandot del 1926.

Uno più bello dell’altro per la precisione, la raffinatezza, la cura dei dettagli. In uno dei due abiti appartenuti a Pacetti spicca la maestosa corona in stile orientale (anche questa oggetto di importanti interventi conservativi) che rappresenta un vero capolavoro di oreficeria per il teatro e che è diventata il simbolo di Turandot. «I due abiti che trovammo nel 2018 – spiega Filippo Guarini direttore del museo - sono stati restaurati grazie anche un campagna di crowdfunding che ha coinvolto 170 soggetti anche da fuori Europa permettendo così di raccogliere diverse migliaia di euro per riportare ai loro antichi splendori questi capolavori». La curatrice della mostra è Daniela Degl’Innocenti (insieme a Monica Zavattaro) che in una frase sintetizza quanto si potrà ammirare: «Si concretizza un sogno nato qualche anno fa».

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