Finanza
Buste paga “sgonfiate”, fa causa a due cooperative e la vince
Il tribunale del lavoro dà ragione a un operaio del settore facchinaggio costringe l'azienda precedente fallita e quella subentrata a restiturgli quasi 42mila euro di trattenute giudicate illegittime
PRATO. Mese dopo mese, si vedeva la sua busta paga “alleggerita” dal datore di lavoro: una cooperativa di Campi Bisenzio dichiarata fallita dal tribunale di Firenze alla fine del 2020. Azienda di Campi, operaio di Prato oggi quasi quarantenne. Che, per quattro anni e mezzo (fra il dicembre 2014 e il maggio 2019), si è visto sottrarre mensilmente circa 760 euro in busta paga. Così l’operaio di quarto livello, socio lavoratore e addetto al facchinaggio, portava a casa una retribuzione di 2mila euro lordi, anziché quasi 2.800 euro.
Finché qualcosa ha iniziato a non tornargli: nel gennaio 2018, l’operaio si è rivolto all’ufficio vertenze della Cgil affidandosi all’avvocato Sergio Lalli che ha portato in tribunale sia la cooperativa fallita dove lavorava l’operaio pratese che la cooperativa nata successivamente a seguito di passaggio di ramo d’azienda. Il tribunale di Firenze gli ha dato ragione: una sentenza del 29 aprile scorso firmata dalla giudice Stefania Carlucci condanna le due cooperative al pagamento di 41.902,15 euro per quel mucchio di trattenute prelevate indebitamente nel corso degli anni. Un prelievo che per il datore di lavoro sarebbe stato giustificato dall’articolo 6 delle legge 142 del 2001, che rende legittima la riduzione della retribuzione di un socio lavoratore in caso di crisi aziendale. Ma la crisi aziendale deve essere oggettivamente comprovata da un piano di ristrutturazione e rientro dei debiti che, nel caso della due cooperative, non è mai stato presentato.
Nessuna dichiarazione di stato di crisi, nessuna assemblea di soci mai convocata. In effetti, la sentenza parla chiaramente di «insussistenza del presupposto della crisi aziendale effettiva». «È un malcostume ormai divenuto frequente da parte di alcune cooperative del settore trasporti – sottolinea l’avvocato Sergio Lalli – Con l’argomento della crisi, viene chiesto un “sacrificio” ai soci lavoratori che dovrebbero contribuire così al risanamento della cooperativa. Ma lo stato di crisi deve essere dimostrato».
Una vittoria non solo per il socio lavoratore ai quale vengono restituiti quasi 42mila euro ma anche per altri suoi dieci colleghi che, prima di lui, avevano ottenuto il rimborso di somme simili dalla cooperativa poi fallita. Tutti assistiti legalmente da Sergio Lalli, forte di una sentenza della Cassazione del luglio 2018 che stabilisce come il taglio alla redistribuzione del socio lavoratore possa essere valido solo se limitato a un arco temporale circoscritto e con una motivazione ben precisa. Cosa che non è avvenuta in questo caso.
Con una decina di cause vinte, Lalli ha fatto in modo che complessivamente i lavoratori da lui assistiti dovessero ricevere un rimborso di 350mila euro per somme trattenute indebitamente. Purtroppo, a causa del fallimento della prima delle due cooperative, non tutti gli importi sono ancora stati recuperati se non attraverso procedure di pignoramento. Una sentenza che fa scuola rispetto alle tutele di cui non sempre godono i soci lavoratori alle dipendenze delle cooperative
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