Il Tirreno

Prato

la vertenza 

Texprint, manifestazione davanti al Tribunale «Noi vogliamo lavorare»

Texprint, manifestazione davanti al Tribunale «Noi vogliamo lavorare»

Altre accuse incrociate tra l’azienda e il Si Cobas Intanto la Procura chiede l’archiviazione di un fascicolo sullo sfruttamento lavorativo 

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prato. Alcune decine di dipendenti della stamperia Texprint di via Sabadell hanno manifestato ieri davanti al Tribunale in risposta alla manifestazione che sabato ha portato in piazza delle Carceri centinaia di persone a sostegno della vertenza dei dipendenti licenziati dall’azienda, dopo tre mesi di sciopero e un picchetto promosso dal sindacato Si Cobas davanti alla Texprint. I dipendenti hanno esposto alcuni striscioni bianchi stampati nella stessa azienda e sostengono che l’episodio denunciato sabato dai lavoratori in sciopero e dal sindacato non è mai avvenuto. Un dipendente della Texprint ha raccontato di essere stato raggiunto a un braccio dal lancio di un liquido urticante che gli ha provocato una leggera ustione. Si è poi fatto accompagnare all’ospedale dove gli è stato rilasciato un referto di cinque giorni. Ieri il dipendente pachistano, Khalid P. , 42 anni, ha confermato la sua versione dei fatti e ha mostrato il referto, puntando il dito contro uno dei soci della Texprint, che secondo i lavoratori non sarebbe nuovo a gesti del genere. La presunta aggressione sarebbe avvenuta alle 12, 30 di sabato. In un comunicato diffuso domenica l’azienda smentisce «questa vile messa in scena, che sarà oggetto di documentata denuncia alla Procura. Si tratta di accuse gravissime, del tutto infondate, gravemente diffamatorie e calunniose». L’azienda sostiene di avere riprese video che confermano la propria versione dei fatti (video peraltro non disponibili per la stampa). Il dipendente invece conferma l’accaduto e ha presentato una denuncia in Questura.

Davanti al Tribunale una dipendente amministrativa della Texprint ha ribadito le accuse dell’azienda ai lavoratori licenziati ma ha chiesto di non pubblicare il proprio nome perché, dice, ha paura di ritorsioni. Stesso discorso per un addetto alla manutenzione. I lavoratori che difendono le ragioni dell’azienda protestano perché si sentono ostaggio dell’azione sindacale. Sono quasi tutti di nazionalità cinese, ma nessuno di loro ha accettato di rilasciare dichiarazioni. Solo una dipendente cinese ha detto qualche parola, ma poi ci ha ripensato e ha detto che non aveva intenzione di parlare.

«Il getto di acido è avvenuto “a freddo” – si legge in una nota del sindacato Si Cobas – e da dietro alla recinzione che circonda il cortile dell’azienda. Khalid era fuori, e prima di ricevere l’acido non ha né proferito né udito alcuna parola. Nessun diverbio. Chiediamo alla politica, alle istituzioni ed in primis alla giunta comunale di condannare questo episodio gravissimo ed inquietante. La sicurezza di chi denuncia lo sfruttamento deve essere tutelata».

Intanto la Procura ha chiesto l’archiviazione di un fascicolo che ipotizzava lo sfruttamento lavorativo dei dipendenti Texprint. Si tratta di un’indagine su fatti risalenti al 2019, per i quali secondo la Procura non ci sarebbero gli elementi per contestare il reato previsto dall’articolo 603 bis del Codice penale, cioè lo sfruttamento di un lavoratore in stato di necessità. Deciderà a breve il giudice per le indagini preliminari. Resta in piedi il ricorso davanti al giudice del lavoro contro il licenziamento di 14 dipendenti in una vertenza che, dentro e fuori dalle aule di Tribunale non sembra vicina alla soluzione. —

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