La manifestazione
Da Carmignano a Beirut per curare i profughi siriani
Francesca Tarantini, da anni nei Medici senza frontiere, si divide tra le missioni l’ospedale e l’università: «Chi può deve farlo, si riceve tanto»
CARMIGNANO. A Beirut pioviggina, temperatura non troppo primaverile, un po’ come da noi in questi giorni di metà aprile. Francesca Tarantini, carmignanese da 23 anni, professoressa associata di geriatria all’Università di Firenze e medico a Careggi, celebra così i 50 anni di Medici senza frontiere, l’Ong umanitaria nata nel 1971 a Parigi dopo le tragedie del Burundi. Ha preso lo stetofonendoscopio, simbolo per antonomasia di un medico, e da settembre dello scorso anno è corsa in Libano. Destinazione: aiutare i profughi siriani in una delle strutture sanitarie dell’associazione a Beirut.
Francesca Tarantini non è nuova a questo tipo di missioni. Da sei anni lo fa periodicamente. Prima è stata per dodici mesi in Kenya, poi Ucraina e Grecia. Ora in Libano si occupa delle malattie croniche, dei pazienti che scappano dalla guerra in Medio Oriente e che Msf con un centinaio di operatori sanitari cura ogni giorno. Il suo lavoro nasce da lontano. Prima la laurea in medicina, poi otto anni negli Usa come ricercatrice di biologia molecolare applicata alla medicina, poi il concorso a Firenze, l’arrivo a Careggi, la casa a Carmignano.
Ma Tarantini ammette: «Abito a Carmignano dal 1998, mi è sempre piaciuto ma non conosco quasi nessuno in paese. Parto la mattina torno la sera, poi da quando sono volontaria in Medici senza frontiere ci sono lunghi periodi che sto all’estero». Pistoiese di nascita, è una donna ormai che viaggia per il mondo. E la missione che sente dentro è aiutare chi non può avere cure sanitarie. «Forse non comprendiamo bene quanto siamo stati fortunati a nascere in Italia, dove abbiamo potuto studiare, avere delle conoscenze e un sistema sanitario universalistico».
«Qualche anno fa mandai la domanda a Msf per partecipare alle missioni, passai la selezione e ora sono qui – prosegue Francesca Tarantini nella videochiamata da Beirut – Il mio lavoro è quello di seguire un team di operatori sulle malattie croniche, come diabete e altre patologie, garantire ai pazienti la migliore vivibilità possibile, in Paesi e condizioni dove non esiste un sistema sanitario». Qualche tempo fa Francesca Tarantini è tornata qualche giorno in Italia per farsi il vaccino contro il Covid. Poi subito la ripartenza. Fra le tante storie di profughi e migranti che sono passate davanti agli occhi, quelle vissute fra la Grecia e la Macedonia le sono rimaste impresse.
«Sicuramente una delle missioni più impegnative anche sul piano emotivo, di fronte ai rifugiati della rotta balcanica. Una ferita che ogni tanto riappare, si riapre», dice. E non è un caso che il medico abbia firmato uno dei racconti del libro “Le ferite” edito da Einaudi proprio per i primi 50 anni di Medici senza frontiere. Francesca Tarantini tornerà a Careggi e nella sua casa di Carmignano a fine settembre.
«Ho preso un anno sabbatico dall’università per partecipare a questa missione a Beirut. E devo dire che sia l’università sia l’azienda ospedaliera mi hanno sostenuto nelle scelte che faccio. Ci vogliono competenze consolidate per affrontare questo tipo di medicina per il mondo – conclude – ma credo che un medico o un operatore sanitario, se hanno disponibilità di mezzi e tempo, dovrebbero farlo. Si riceve molto di più di quanto si può dare».
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