Il Tirreno

Prato

tribunale 

Riciclavano milioni vendendo pancali A giudizio 29 persone

Matteo Leoni

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prato. A giudizio 29 indagati nell’ambito dell’inchiesta “Golden Wood” della guardia di finanza di Prato e della Dda di Firenze, condotta a carico di un presunto gruppo criminale accusato di aver riciclato il denaro di Cosa Nostra nell’economia toscana, e in particolare attraverso imprese aventi per oggetto sociale il commercio dei pancali, le pedane in legno usate per il trasporto dei materiali. Altre 18 persone hanno patteggiato condanne da 2 anni fino a 3 anni e 4 mesi. Tre gli imputati condannati con rito abbreviato, con pene dai 2 anni e 2 mesi fino a 6 anni e 8 mesi di reclusione, mentre un quarto è stato assolto. Tra coloro che finiscono a processo con rito ordinario c’è Francesco Paolo Clemente, 44 anni, residente in corso dei Mille a Palermo e arrestato nel corso delle indagini, considerato dagli inquirenti il punto di riferimento della presunta associazione a delinquere. Il gup di Firenze Silvia Romeo ha rinviato a giudizio, prima udienza il 1° giugno, anche i due uomini coinvolti nell’inchiesta che risultano residenti a Prato: Santo Bracco, 70 anni, originario di Palermo, e Santo Pantina, della provincia di Caltanissetta, 60enne. Nel corso delle indagini i pm Giuseppina Mione e Francesco Sottosanti hanno ricostruito n flusso illecito di denaro per circa 150 milioni di euro, di cui 39 provenienti direttamente da soggetti di Palermo legati alla cosca mafiosa di Corso dei Mille, capeggiata da Pietro Tagliavia. La presunta associazione a delinquere avrebbe immesso nel circuito economico denaro di provenienza illecita attraverso le creazione di una galassia di 33 imprese con sedi in tutta Italia, in particolare in Toscana – nella province di Prato e Firenze-, Sicilia e Lazio, tutte aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets. Il gruppo criminale avrebbe riciclato, anche attraverso l’emissione di fatture false, oltre 48 milioni di euro. Le fatture per operazioni inesistenti venivano emesse sia tra aziende interne al gruppo criminale, sia a favore di aziende ad esso estranee, che usufruendo del servizio illegale si garantivano vantaggi fiscali. Le imprese sane versavano tramite bonifico alle cartiere facenti capo al gruppo criminale il corrispettivo degli importi falsamente fatturati, che poi veniva restituito in contanti, decurtato del 10%. I reati contestati, a vario titolo, sono quelli di associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni, contraffazione di documenti d’identità e sostituzione di persona, ma è caduta l’aggravante di aver agito per favorire l’associazione mafiosa. —

Matteo Leoni

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