Il Tirreno

Prato

Operai schiavizzati, condannati sei confezionisti cinesi

di Paolo Nencioni
Controlli in una confezione cinese (archivio)
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Controlli in una confezione cinese (archivio)

Per la prima volta è stata riconosciuta l’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento di chi è in stato di bisogno

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PRATO. Alla vigilia della sentenza, alcuni dei confezionisti cinesi accusati di aver sfruttato i propri operai nella confezione Massimo di via Pisa con turni di lavoro massacranti si sono presentati al Comando provinciale della guardia di finanza e hanno consegnato 24.000 euro in contanti come segno di buona volontà. Oggi, 2 aprile, quattro di loro, dopo aver raggiunto un accordo col sostituto procuratore Lorenzo Gestri (titolare dell’inchiesta insieme al collega Vincenzo Nitti), hanno patteggiato altrettante condanne, mentre due sono stati condannati col rito abbreviato. I primi quattro sono stati anche riconosciuti come facenti parte di un’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento degli operai. È la prima volta che succede a Prato e si spera non sia l’ultima.

I quattro che hanno patteggiato, difesi dall’avvocato Manuele Ciappi, sono She Jinquan (tre anni e due mesi), Zhuang Lifang (un anno e otto mesi), She Mengnan (due anni e sei mesi) e Zhuang Xing (un anno e otto mesi). Il giudice dell’udienza preliminare Alberto Lippini ha anche disposto la confisca dei macchinari della confezione e dei 250.000 euro che furono sequestrati dalla guardia di finanza nel mese di ottobre come provento del reato (detratti i 24mila euro versati il 29 marzo di quest’anno). Altri due cinesi sono stati condannati col rito abbreviato. Si tratta di Yue Bingqi (un anno e dieci mesi) e She Yixi (due anni).

Secondo quanto riferito lo scorso ottobre, in occasione degli arresti, dal giugno 2018 gli indagati, tutti originari del Fujan e legati da rapporti di parentela, avrebbero avuto alle loro dipendenze 31 connazionali, tra cui una minorenne e una donna incinta, e 13 bengalesi, che venivano pagati con uno stipendio da fame e alloggiavano in condizioni ritenute di estremo degrado. Stando alle indagini della guardia di finanza, She Jingquan era il titolare occulto della confezione Massimo e negli ultimi anni si era accreditato presso le istituzioni cittadine come rappresentante della comunita cinese proveniente dalla provincia del Fujian, una circostanza che il procuratore Giuseppe Nicolosi ritenne molto preoccupante.

Come detto, questa è la prima volta a Prato che viene riconosciuta in una sentenza l’associazione a delinquere finalizzata allo sfruttamento dei lavoratori in condizioni di bisogno, così come prevista dall’articolo 603 bis del Codice penale.

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