Il dolore
Leone: «Mi sono salvato perché zoppicavo»
Il racconto del funzionario pratese scampato all’agguato in Congo nel quale è stato ucciso l’ambasciatore italiano
PRATO. «All’inizio hanno chiesto i telefonini e i soldi e tutto quello che potevano rubare, e successivamente hanno obbligato tutti a scendere dai due veicoli e a seguirli verso l’interno». È la testimonianza, raccolta e riportata a AGI/InfoAfrica dal missionario padre Sebastiano Amato, del vicedirettore del Pam (Programma alimentare mondiale), il pratese Rocco Leone, sopravvissuto all’agguato di lunedì scorso in cui hanno perso la vita l’ambasciatore Luca Attanasio, il carabiniere Vittorio Iacovacci e l’autista congolese Mustapha Milambo.
«La camminata – ha spiegato Amato – è durata una quindicina di minuti. Leone era più lento degli altri, aveva un passo zoppicante, ed è rimasto indietro rispetto al resto del gruppo. Così, a un certo punto, si è ritrovato isolato ed è potuto scappare. È tornato indietro, riuscendo a chiamare i soccorsi».
La tragica imboscata è avvenuta a una ventina di chilometri da Goma, verso nord, al punto noto come delle “tre antenne”, a Kibumba. Il missionario saveriano, da oltre 40 anni in Congo, ha ascoltato il racconto del sopravvissuto Rocco Leone, vice direttore del World Food Programme, un’agenzia dell’Onu, quando lo ha incontrato con una delegazione di nove persone, sei preti e tre suore, partita martedì da Bukavu, capoluogo del Sud-Kivu, verso Goma, capoluogo del Nord-Kivu, per rendere omaggio alle vittime prima che le salme dei due italiani partissero per Roma.
Il gruppo si è intrattenuto con il console Alfredo Russo e con lo stesso Leone per poi ripartire in battello verso Bukavu. Il vicedirettore del Pam era comprensibilmente ancora sotto shock. Secondo la ricostruzione, l’autista Mustapha Milambo è stato invece ucciso sul luogo dell’agguato, perché si era rifiutato di seguire gli assalitori. «Dopo quella camminata di 15 minuti sono intervenute le guardie del parco (dei Virunga) e i militari sparando» prosegue padre Amato. «Forse i rapitori sono stati presi dal panico e lì, dicono, hanno sparato all’ambasciatore e al carabiniere e hanno colpito anche la guardia del corpo di Rocco (Mansour Rwagaza, ndr) che è stato solo ferito, ma si è finto morto». Dopo aver sparato, i rapitori si sono messi in fuga mentre Attanasio è stato portato subito al più vicino ospedale, gestito dai pachistani. «Era ancora vivo, ferito allo stomaco, ma non era più cosciente, hanno subito visto che non c’era molto da fare, gli hanno messo l’ossigeno. Poi è stato caricato su un’ambulanza verso l’ospedale della Monusco, dove quando è arrivato ormai era tardi», riferisce padre Amato.
«Ancora non sono stati arrestati gli assalitori e resta difficile dire come sono esattamente andate le cose» ha avvertito il missionario. Resta in piedi l’ipotesi che l’ambasciatore e il carabiniere siano stati colpiti per sbaglio dal fuoco dei Rangers congolesi durante la sparatoria.
Intanto ieri i carabinieri di Prato hanno fatto sapere che una signora ha portato al Comando provinciale un mazzo di fiori in memoria del carabiniere ucciso in Congo. I fiori sono stati deposti davanti al monumento ai Caduti nel piazzale della caserma di via Picasso. —
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