Lutto
Presidio davanti al bar di Camuffo ma lui preferisce tenere chiuso
Le attiviste di “Non una di meno” hanno manifestato contro l’ex carabiniere condannato per violenza sessuale
«Siamo stanche di essere o vittime o puttane. E Camuffo non doveva permettersi di dire che è un paladino della lotta alla violenza sulle donne, che non ha niente di cui vergognarsi». Le attiviste dell’associazione fiorentina “Non una di meno” lo hanno gridato ieri mattina davanti al Bar Pancaffè di via del Seminario, aperto di recente da Marco Camuffo, l’ex carabiniere condannato per violenza sessuale su una studentessa americana, nella notte tra il 6 e il 7 settembre 2017 a Firenze. In realtà lo hanno gridato al vento, perché Camuffo ha deciso di tenere chiuso il bar e via del Seminario è stata chiusa al traffico e alla sosta.
E così la manifestazione organizzata per boicottare il “Pancaffè” («Prendere il caffè in quel bar significa legittimare lo stupro» avevano detto le attiviste) ha avuto per testimoni solo alcune decine tra poliziotti, finanzieri, vigili urbani, in una di quelle occasioni in cui si può dire senza esagerare che le forze dell’ordine erano in numero superiore ai manifestanti, circa una quarantina. E qualche raro passante, tra cui un uomo che a un certo punto si è piazzato davanti allo striscione di protesta e ha apostrofato le ragazze di “Non una di meno” chiedendo provocatoriamente: «Ma voi la sapete la storia? Camuffo è stato incastrato». Un confronto-scontro che non è nemmeno iniziato perché nel giro di pochi secondi il contestatore è stato allontanato dagli uomini della Digos.
La manifestazione nei giorni scorsi aveva raccolto l’adesione di ben quattro consigliere comunali (Martina Guerrini, Patrizia Ovattoni, Eva Betti e Marilena Garnier), ma subito dopo Guerrini e Ovattoni avevano fatto un passo indietro e nemmeno Betti e Garnier si sono fatte vedere in via del Seminario.
«A chi ci accusa di essere forcaiole – ha spiegato Giada, una delle organizzatrici – rispondiamo che chiunque ha diritto di rifarsi una vita, ma dopo aver pagato il debito con la giustizia, aver ammesso l’errore e aver chiesto di farsi aiutare. Tutte cose che Camuffo ancora non ha fatto». Nei giorni scorsi gli avvocati della Camera penale avevano criticato la manifestazione parlando di «giustizia dei forconi» .
Attualmente Camuffo, che ha aperto il bar di via del Seminario con la sua attuale compagna, è in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza con la quale lo scorso 4 marzo la Corte di appello di Firenze lo ha condannato a quattro anni e sei mesi di reclusione, facendogli solo un piccolo “sconto” sulla condanna di primo grado (quattro anni e otto mesi).
Una volta lette le motivazioni, l’ex carabiniere deciderà insieme al suo avvocato Cristina Menichetti se ci sono gli spazi per ricorrere in Cassazione. Solo dopo il terzo grado, o in mancanza di ricorso, la condanna potrà diventare definitiva. E per un reato come quello contestato a Camuffo il Codice penale non consente il ricorso agli arresti domiciliari o l’affidamento in prova ai servizi sociale. Se e quando la condanna diventerà definitiva, dunque, Camuffo, che continua a proclamarsi innocente, finirà in carcere e ci starà più di qualche mese prima di poter chiedere una misura alternativa.
«In questi casi si tende sempre a dare la colpa alle donne – hanno detto ieri le attiviste di “Non una di meno” – come se lo stupro non fosse un problema sociale. Noi non accettiamo questo tipo di narrazione». —
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