Attenzione
Bimbo esibito come un trofeo e nessun segno di pentimento: così fu condannata la donna per la relazione con il 14enne
Depositate le motivazioni della sentenza di condanna della donna di 32 anni che ha avuto una relazione con un adolescente da cui poi ha avuto un figlio
PRATO. Una imputata che esibisce il figlio avuto dalla relazione extra-coniugale come un trofeo e che non spende una parola di scuse o di pentimento per quello che è successo. Così viene descritta la donna pratese di 32 anni condannata l’anno scorso per aver avuto una relazione sessuale con un ragazzo che all’epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 14 anni e dal quale poi ha avuto anche un figlio.
Il giudice Daniela Migliorati, che ha presieduto il collegio giudicante composto anche da Michela Lunghi e Marco Malerba, ha depositato in questi giorni le motivazioni della sentenza con la quale l’imputata è stata condannata lo scorso 1° giugno a sei anni e sei mesi di reclusione, mentre il marito è stato condannato a un anno e otto mesi per essersi attribuito la paternità del bambino pur sapendo che non era suo.
Ci sono voluti quasi sette mesi insomma (anziché i 90 giorni annunciati al momento della lettura della sentenza) per il deposito delle motivazioni. Che di fatto non aggiungono molto a quanto già si sapeva di questa delicatissima vicenda e dei suoi protagonisti (di cui continuiamo a non pubblicare i nomi per non danneggiare la parte lesa).
Le motivazioni sono scritte con una prosa che ricorda quella del secolo scorso, si parla di «bramato giovanetto», di «inverecondo desiderio» e di un «progetto astuto e callido». E si ribadisce che l’imputata era pienamente capace di intendere, come accertato da una perizia del professor Ariatti. Così capace che una volta nato il figlio frutto della relazione clandestina, non esitò a usarlo per tenere legato a sé il ragazzino di cui si era invaghita. Il giudice ricorda che il neonato venne esibito come un trofeo sia nella palestra che entrambi frequentavano, sia davanti alla madre del ragazzo (che però non poteva immaginare che fosse il proprio nipote). Inoltre viene sottolineato il fatto che l’imputata non ha mostrato segni di pentimento o pronunciato parole di scusa. Il bambino intanto è ancora affidato a lei e la famiglia della parte lesa non si è ancora mossa per rivendicarne l’affidamento.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
