Gioco
Chechi: «Prato può fare di più per promuovere le attività sportive»
Il Signore degli anelli: «Ho messo all’asta i miei trofei per salvare l’Etruria ma poi non ho più saputo nulla»
Per tutti è il “Signore degli anelli”. E a Jury Chechi, il ginnasta pratese medaglia d’oro ai giochi olimpici di Atlanta del 1996 e medaglia di bronzo alle olimpiadi di Atene del 2004, questo appellativo piace. Poco tempo fa attraverso i social ha postato un video dove mostrava un momento dei suoi allenamenti. Il video in poco tempo è stato rilanciato da persone e siti web e tutti hanno sottolineato il fisico e la bravura di questo grande atleta. Campione nello sport e nella vita. «Oggi che non sono più professionista, bensì un amatore, faccio sport solo per stare bene con me stesso – afferma Chechi – e mi alleno in maniera diversa rispetto a prima». A Prato ha la “Jury Chechi academy” mentre nelle Marche ha un resort e un’azienda agricola (Colle del Giglio) dove produce anche dell’ottimo vino».
Come ha vissuto il periodo del lockdown dei mesi scorsi e come vive questi giorni?
«Con la consapevolezza che è un momento difficile che nessuno di noi avrebbe voluto e che si sarebbe aspettato. Vivo con senso di responsabilità anche se con un bel po’ di fatica e anche un po’ di preoccupazione. L’unica cosa positiva è che passo più tempo con la famiglia».
Da grande sportivo, qual è un consiglio che rivolge soprattutto ai giovani?
«Per quanto riguarda l’attività fisica e motoria bisogna organizzarsi. Nei limiti di spazio e di tempo ognuno può dedicarsi al proprio corpo e alla propria salute. Capisco che è più stimolante andare in palestra o all’aperto ma anche in casa secondo me è utile muoversi ed è un buon modo per superare questo momento di difficoltà».
Qual è il legame con la sua città?
«La mia scelta, diversi anni fa, è stata quella di tornare ad abitare a Prato. È stato un piacere tornare alle origini dopo anni di assenza».
Secondo lei, a Prato, si può migliorare in ambito sportivo?
«Sì. Lo sport a Prato potrebbe avere delle opportunità e delle eccellenze diverse. Faccio un esempio pratico. Ormai sono quasi passati due anni da quando ho messo all’asta i miei trofei per salvare la palestra Etruria, dove ho iniziato ad allenarmi. Il rischio che poteva essere chiusa vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Non voglio parlare di responsabilità dell’uno o dell’altro, anche se ci sono state, oggi non avrebbe senso. Ma fare un’asta e vendere a 70mila euro i miei trofei (vennero tutti acquistati dalla Reale Foundation, ndr) per salvare la palestra credo sia stato un segnale che qualcosa non ha funzionato. E la mia è una critica che deve essere costruttiva, credo che per lo sport a Prato si possa fare molto di più. Quel gesto l’ho fatto per generosità e riconoscenza per la struttura. Ma ad oggi non ho più sentito nessuno. Non so se i miei trofei sono lì e se sono stati esposti, se hanno finito i lavori, se continuano. E questo mi dispiace molto. Dalla dirigenza dell’Etruria non si sono fatti più sentire. Non voglio che nessuno mi dica grazie, anzi tornassi indietro rimetterei all’asta i miei trofei, però almeno dirmi a che punto sono i lavori e dove sono stati messi i miei trofei mi avrebbe fatto piacere. Mi sembra giusto anche per rispetto delle tante persone che avevano creduto nel progetto e nella Reale Foundation che ha investito 70mila euro per quei trofei. Ma ripeto, ciò che ho fatto lo rifarei cento volte, perché credo che sia stata una cosa giusta in segno di riconoscenza verso una struttura che se non ci fosse stata io non avrei potuto raggiungere i miei sogni. E sempre per quanto concerne lo sport, a Prato si potrebbe fare molto di più anche per dare opportunità di lavoro. Mancano ad esempio strutture. È vero, altresì, che soldi ce ne sono sempre pochi ma è anche una scelta politica dirottare le risorse in un settore piuttosto che in un altro. Mi pare che per lo sport, alcune volte, non ci sia questa volontà di dirottare quelle sia pure esigue risorse».
Ora le palestre sono chiuse. Quando pensa che potranno riaprire?
«Spero il prima possibile. Potremo tornare a vivere una vita normale non perché andrà tutto bene a prescindere, slogan che non mi piaceva, ma andrà come faremo in modo che vada. Le scene dei giorni scorsi con le folle di persone riversate nelle città sono un segnale che forse ancora non siamo pronti a capire che se vogliamo anticipare il ritorno alla vita normale dipende anche da noi e non solo dal vaccino». —
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