Il Tirreno

Prato

In quella notte di luglio sotto la casa di Pablito ci sentimmo felici e tutto sembrava possibile

PAOLO TOCCAFONDI

La vittoria ai Mondiali dell’82, le feste dei pratesi accorsi a Santa Lucia Il ricordo di chi vedeva in Paolo Rossi una proiezione dei propri desideri 

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UN RICORDO

PAOLO TOCCAFONDI

Sono pratese, appassionato di calcio, ho giochicchiato da ala destra per divertimento nell'Ambrosiana (società storica di Prato, quartiere Soccorso) e avevo 23 anni nell'82. È tutto qui. Come non essere un ammiratore di Paolo Rossi, ala destra cresciuta sui campetti di Santa Lucia e poi appunto all'Ambrosiana, trasformato dal lungimirante allenatore Giovambattista Fabbri al Vicenza in centravanti moderno, veloce e implacabile nell’area piccola, il pratese più conosciuto nel mondo, quello che ci ha regalato la vittoria calcistica più bella (senza nulla togliere a Buffon, Cannavaro e soci, ma non c’è confronto). Come non vedere in lui la proiezione e la realizzazione dei nostri desideri, la rivincita degli atleti normali già dal cognome, non quelli dal fisico scolpito o bionico, tatuato su ogni superficie disponibile, non i superman, ma un giocatore tutto tecnica, leggerezza e intelligenza, perfino esile e “gentile”, addirittura fragile, avendo alle spalle un calvario precoce di tre menischi fatti già a 20 anni, garanzia di una carriera breve e di sofferenze future. Lui, orgoglio di noi pratesi: e quante volte allora nelle nostre vacanze all’estero alla domanda «di dove siete» , la risposta «Prato» suscitava l’inevitabile constatazione: «Ah, Paolo Rossi».

E sì, lo confesso per la prima volta, anche se per la logica del tifo sembrerà una bestemmia, da interista in quegli anni facevo fatica a non gioire per le vittorie della Juventus di Rossi e Platini, di Scirea e Tardelli, cercando di limitare il “tradimento” alle sole coppe europee.

E sì, ovviamente c'ero anch'io quella splendida notte di luglio dell'82 a Santa Lucia davanti alla casa di Vittorio e Amelia Rossi, i genitori di Paolo. Avevo assistito alla finale Italia-Germania a casa di un amico a Coiano nel rispetto di una scaramanzia che aveva funzionato nelle partite precedenti con quella cavalcata trionfale (Argentina, Brasile, Polonia, prima dell’ultimo atto) costellata dai gol di Paolo e quindi guai a cambiarla. Fu inevitabile uscire in quella notte calda e felice per raggiungere a piedi, erano poche centinaia di metri, la casa di Paolo Rossi. Era la prima di un “trenino” di abitazioni a due piani più o meno tutte uguali, già assediata da un popolo arrivato lì da tutta la città e con tutti i mezzi, a piedi, in bici, in motorino, sugli “apini” che fino a un momento prima avevano trasportato le pezze, nelle auto imbandierate, tra invocazioni e laceranti suoni di trombe e clacson, con gli striscioni scritti a mano alla bell’e meglio: “Grazie Pablito”. Era quella la meta obbligata dei caroselli di festa, pellegrinaggio e omaggio a chi aveva dato a Prato e all’Italia il trascinatore dei campioni del mondo.

Si sa come funziona, a 20 anni o poco più è facile sentirsi in un momento magico, le possibilità davanti a te sono ancora tutte aperte, le disillusioni o le strade che si chiudono arriveranno dopo. O almeno così te lo consegna la memoria e lo ripensi, appunto, come un momento felice, per quanto la parola possa spaventare. Quello per noi lo fu e in quella felicità Paolo Rossi ebbe una parte importante e indelebile.

Che dire, chi ama il calcio resta sempre un po' bambino. E a un bambino non si strappa così la figurina più preziosa dall'album. —

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di Redazione web