Toscana
Marijuana dal Polesine a Prato In manette i cinque “maghi”
Erano riusciti ad accorciare il ciclo di maturazione della pianta da tre a due mesi Contavano di sfornare 600 chili di droga all’anno guadagnando due milioni
prato
Arrivava dal Polesine, in provincia di Rovigo, la marijuana destinata ai consumatori pratesi e ora non arriva più perché i carabinieri del Nucleo investigativo hanno scoperto due grandi capannoni trasformati in serre per la coltivazione intensiva e hanno arrestato cinque cinesi che sono andati a fare compagnia a quattro connazionali e a due lombardi fermati il 3 e il 7 novembre tra Prato e Pistoia nell’ambito della stessa operazione, che è stata battezzata Amleto. Un mese fa furono sequestrati 120 chili di sostanza stupefacente, stavolta 45 chili, e soprattutto è stato troncato il canale di approvvigionamento, che dal Polesine era diretto a Prato e poi tornava su, in Lombardia, per lo spaccio, ma che poteva arrivare, questo è il sospetto, anche ai paesi del Nord Europa.
I carabinieri sono arrivati alle serre di Lendinara e di Fratta Polesine, tra l’Adige e il Po, seguendo le tracce di Li Quiang, cinese di 38 anni già arrestato nel 2017 per gli stessi motivi. Era lui a fare la spola tra Prato e Lendinara e a tenere i contatti coi connazionali fermati il 7 novembre e seguendo lui i carabinieri hanno arrestato Wu Qing Ming, 39 anni, Chen Quiang, 47 anni, Huang Chen Danxiong, 66 anni, e Huang Zhi Fang, 36 anni, tutti clandestini originari del Fujian.
Gli ultimi quattro vivono in una casetta di Lusia, pochi chilometri più a nord, e curavano la coltivazione della marijuana nei due capannoni con tecniche che hanno impressionato gli stessi carabinieri. Erano riusciti ad accorciare il ciclo di maturazione delle piante da tre a due mesi grazie all’uso di ormoni, con la possibilità di ottenere due raccolti in più all’anno. Cento chili per ogni raccolto, 600 chili in totale, che avrebbero fruttato all’ingrosso più di due milioni di euro. Ma in realtà l’affare non è decollato, perché i carabinieri stimano che la produzione sia iniziata a maggio, e già in agosto gli investigatori avevano cominciato a stare alle calcagna della banda.
Un altro aspetto ha colpito i carabinieri: nelle due serre c’erano complessivamente 136 lampade allo iodio da 600 watt e i due impianti impiegavano una potenza di 150 kilowatt, come due medie aziende. Chi ha fatto gli impianti elettrici ha dovuto fare in modo di non staccare la luce al resto del paese. E non è detto che sia stato un cinese a fare il lavoro. L’elettricità comunque non era un problema, perché i due capannoni erano attaccati abusivamente alle linee, dalle quali hanno succhiato l’equivalente di 7.700 euro.
La marijuana sequestrata dai carabinieri è stata fatta analizzare dal laboratorio di Tossicologia forense dell’Università di Bologna, che ha stabilito che da ogni pianta si potevano ricavare 150 grammi di infiorescenze. E dunque si stima che altri 90 chili di marijuana di tipo “skunk” fossero in produzione.
La coltivazione di marijuana da parte dei cinesi non è una novità per Prato. Sei anni fa i carabinieri scoprirono una piantagione con quasi cinquemila piante in un capannone di Vaiano. Ora si è deciso di spostare la produzione nel Polesine, forse contando sul fatto che la zona è meno densamente abitata e ci sono meno controlli. Un calcolo che si è rivelato errato. —
paolo nencioni
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