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Prato

L’osservatorio sull’economia 

Persi 1.509 posti per colpa del Covid Cassa integrazione: numeri record

maria lardara
Persi 1.509 posti per colpa del Covid Cassa integrazione: numeri record

Produzione giù del 29,2% ma il numero delle imprese resta stabile e cresce il settore dell’innovazione tecnologica

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prato

L’estate del Covid-19 lo ha “congelato”. Pochi movimenti, assunzioni con il contagocce ma anche meno rinnovi contrattuali. Occupazione che non si crea, né si conserva. In questo sistema di mercato del lavoro “ibernato” che è quello fotografato dal terzo bollettino dell’osservatorio pandemico curato dal Pin e dalla Cgil pratese, si sono persi per strada 1.509 posti di lavoro nei primi nove mesi dell’anno. A Prato il blocco dei licenziamenti e il prolungamento della cassa integrazione hanno creato un “effetto letargo”.

«Accanto a una dinamica negativa dell’occupazione, si assiste a una riduzione complessiva dei salari – sottolinea il segretario generale della Cgil Lorenzo Pancini, affiancato dalle segretarie Manuela Marigolli e Cristina Pierattini – Lo vediamo dai numeri degli ammortizzatori sociali: è stato sfondato il muro delle 15 milioni di ore di cassa integrazione». Che sia cassa ordinaria, in deroga, fondo d’integrazione salariale o di solidarietà per l’artigianato: per due pratesi su tre, il 30 settembre era aperto l’ombrello degli ammortizzatori sociali. Tradotto: una perdita di salario in busta paga che oscilla dal 33 al 47 per cento.

Sotto la lente ingrandimento dell’indagine curata dai ricercatori Enrico Fabbri e Dimitri Storai, il terzo trimestre del 2020, quello di un’ipotetica ripresa post-Covid che da queste parti non si è fatta mai sentire.

La resistenza. Riprendendo una recente indagine dell’Irpet, i ricercatori confermano il calo del 29,2% dei livelli di produzione industriale per il periodo marzo-agosto a Prato, ben sei punti sopra la media regionale. Ma tiene il numero delle imprese attive, quasi per un “effetto resistenza”. Si parla di quasi 29mila imprese attive, più o meno le stesse che si contavano il 30 settembre 2019. I segni meno più preoccupanti riguardano il tessile (-3,92%) e la meccanica (-4%). «Sarà importante capire cosa succederà la fine dell’anno – sottolinea Storai – e vedere quali decisioni prenderanno le aziende».

Chi sorride. La ricerca le definisce aziende “ad alto valore aggiunto”. Sono realtà di servizi che si occupano di produzioni di software, consulenza informatica, innovazione tecnologica. Si parla di 1.439 aziende, cresciute dell’1,84% nel periodo da gennaio a settembre, per un totale di 3.593 addetti. «Un’evoluzione interessante – osserva il segretario Pancini – che può rappresentare un fattore di competitività per le imprese del manifatturiero in un’ottica di nuove sinergie». Intanto i dati sull’export fotografano un vero e proprio bollettino di guerra per i settori nostrani tutti votati alla vendita all’estero (tessile e meccanotessile). Male l’Europa (-35% rispetto al terzo trimestre 2019), malissimo l’Asia verso cui il distretto dimezza le sue esportazioni (-50, 32%) rispetto al secondo trimestre 2018.

L’illusione della ripresa. L’estate ha visto un aumento delle proroghe (+13,1%) e delle trasformazioni (+2,5%) dei contratti. Le minori cessazioni dei rapporti lavorativi (-33%) nel secondo trimestre si riducono nel terzo (-17%) nel terzo trimestre: in pratica, alcuni contratti scaduti durante il lockdown sono stati riattivati.

«Nel mese di luglio – chiosa Fabbri – si sono fatti gli straordinari per evadere ordini pre-Covid magari reintegrando risorse umane lasciate a casa in precedenza. Ormai il contratto a tempo determinato si sta rivelando una gabbia contrattuale, non più uno step per raggiungere la stabilizzazione». —



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