Il Tirreno

Prato

il presidente dell’ordine 

«È sbagliato far ritornare i medici anziani in prima linea»

Gian ugo berti

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Non pochi medici in pensione hanno perso la vita rientrando volontariamente in servizio per combattere il Covid all’inizio della pandemia. È stato un azzardo offrire, di nuovo oggi, ai sanitari in pensione l’opportunità di rientrare in attività?

«L’infezione da Covid19 - risponde Guido Moradei, presidente dell’Ordine dei medici di Prato - determina negli anziani le sue più pericolose manifestazioni patologiche. Quando questa malattia all’inizio dell’anno ha cominciato il suo percorso pandemico ha trovato il sistema sanitario nazionale impreparato a contrastarla. L’invito ai sanitari in pensione a riprendere servizio è stato un atto di necessità che ha trovato una pronta e ampia disponibilità. Purtroppo è noto a tutti il numero dei medici deceduti per l’infezione, la maggior parte dei quali erano appunto medici non giovani. Oggi credo non sia più giustificabile mandare in prima linea i medici anziani che, invece potrebbero essere usati per servizi che non prevedono contatto diretto con l’infezione. Comunque chiedere ai medici di dare il proprio aiuto in momenti di calamità (come è stato dimostrato appunto nel primo periodo pandemico) troverà sempre tanta disponibilità. Utilizziamoli però in modo congruo».

La Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici ha chiesto misure più restrittive. Quelle adottate basteranno per ridurre l’espandersi dell’infezione? Com’è la situazione in tal senso nella sua provincia?

«È giustissimo che la Federazione abbia chiesto misure più restrittive. Ormai la diffusione della malattia è talmente espansa che necessita di un adeguato controllo. Le blande restrizioni attuali trovano giustificazione nella necessità di trovare un equilibrio fra le esigenze sanitarie e quelle economiche ma di fronte a una malaugurata ulteriore espansione della malattia, saranno indispensabili misure più drastiche. La provincia di Prato, dopo essere stata solo lambita dalla precedente ondata epidemica, questa volta ha visto e sta vedendo una quantità di contagiati che l’hanno messa, per diffusione, ai primi posti fra le province italiane».

Nell’intervista che ci rilasciò in estate, lei non escludeva una seconda fase. Con l’arrivo prossimamente dell’epidemia influenzale ne prevede una terza?

«Finché non sarà disponibile un efficace vaccino o una terapia semplice e risolutiva, tutto sarà possibile. Pensiamo piuttosto a risolvere i gravi e impegnativi problemi del presente».

Oggi si sottolinea la mancanza di medici, ma si sarebbe potuto, data l’eccezionalità del caso, creare in questi mesi un’assunzione temporanea per evitare pericolosi, ora ed in futuro, vuoti assistenziali?

«Di fatto sono state adottate misure legislative di emergenza che rendono possibile l’assunzione temporanea di medici e altri sanitari. Ma un medico non si crea dal nulla: necessita di lungo studio e formazione. La politica dovrebbe, anzi deve, avere il compito di prevedere i problemi per risolverli prima che essi si manifestino. La carenza di medici formati o specializzati, era nota da tempo. Ora si deve lavorare con le risorse sanitarie, comunque reclutate, che abbiamo. Utilizziamole bene!». —

Gian ugo berti

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