Toscana
Soldi di Cosa Nostra riciclati a Prato: 51 avvisi di fine indagine
Chiuso un primo filone d'inchiesta sulla cosiddetta “mafia dei pallets", ”, il sistema di riciclaggio di denaro realizzato attraverso una galassia di imprese con sede principalmente in Toscana
PRATO. Chiuso un primo filone d'indagine sulla cosiddetta “mafia dei pallets”, il sistema di riciclaggio di denaro proveniente dagli affari di Cosa Nostra realizzato attraverso una galassia di imprese con sede principalmente in Toscana e in particolare a Prato e Firenze, specializzate proprio nel commercio delle pedane in legno usate per lo spostamento dei materiali, i cosiddetti pancali. Nell'inchiesta, coordinata dai pm antimafia Giuseppina Mione e Francesco Sottosanti e condotta dalla Guardia di finanza di Prato, sono indagate 51 persone che nei giorni scorsi si sono viste recapitare l'avviso di conclusione indagini, l'atto immediatamente precedente a un'eventuale richiesta di processo.
Le accuse, a vario titolo, sono quelle di associazione per delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio, intestazione fittizia di beni, contraffazione dei documenti d'identità, sostituzione di persona. Resta aperto invece il filone di indagine sui reati fiscali, in particolare quello di emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, sul quale sono ancora in corso accertamenti. Il sodalizio riciclava proventi degli affari criminali della "famiglia mafiosa di Corso dei Mille" di Palermo, capeggiata da Pietro Tagliavia, condannato con sentenza irrevocabile per il reato di associazione mafiosa, figlio di Francesco Tagliavia, condannato all'ergastolo per le stragi di via d'Amelio a Palermo e via de' Georgofili a Firenze.
Attraverso una galassia di 33 imprese aventi per oggetto sociale il commercio dei pallets e disseminate tra Toscana (Prato e Firenze), Sicilia e Lazio, il gruppo sarebbe riuscito a riciclare oltre 48 milioni di euro di proventi illeciti. La pulizia del denaro avveniva attraverso fatture fasulle, emesse sia tra aziende interne al gruppo criminale, sia a favore di aziende ad esso estranee, che usufruendo del servizio illegale si garantivano vantaggi fiscali. Le imprese sane versavano tramite bonifico alle cartiere facenti capo al gruppo criminale il corrispettivo degli importi falsamente fatturati (per consegne di pallets mai avvenute), che poi veniva restituito in contanti, decurtato del 10%. Il denaro finito sui conti delle ditte mafiose veniva recuperato dai prestanome attraverso numerosi prelievi allo sportello.
Emblematico il caso di due cittadini dello Sri Lanka, titolari di altrettante ditte individuali di Prato formalmente impegnate nel commercio del pallets, sui cui conti correnti nel giro di due anni sono transitati circa 20 milioni di euro. In una delle conversazioni intercettate, al fratello di uno dei prestanome vengono rammentati i rischi in cui sarebbe incorso in caso di infedelta': "Loro ammazzano, vengono da Palermo e ammazzano".
Una volta ripulito attraverso il sistema di false fatturazioni, il denaro tornava alla cosca in Sicilia. Secondo gli inquirenti gli indagati si erano messi a completa disposizione di Pietro Tagliavia nel periodo in cui era detenuto nel carcere di Prato, tanto da reperirgli nel 2017 un'abitazione in Campi Bisenzio (Firenze) dove aveva scontato gli arresti domiciliari e fornirgli, clandestinamente un telefono con cui mantenere contatti anche con i propri sodali in Sicilia. Tra i destinatari dell'avviso di conclusione indagini anche Francesco Paolo Clemente, 43 anni, attualmente detenuto in carcere a Catanzaro per questa e per altre inchieste, considerato il promotore dell'organizzazione, colui che di fatto dirigeva gli affari del gruppo tra Sicilia, Toscane e Lazio, arrivando a stabilire anche le retribuzioni dei sodali.
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