I poliziotti si fingono clienti e i pusher finiscono in carcere
Mesi di indagini hanno consentito di contestare ai tredici immigrati nigeriani accuse che, a differenza di quelle consuete, prevedono la custodia cautelare
prato
Spaccio eroina, mi arrestano, passo un giorno in gattabuia e il giorno dopo sono di nuovo libero. Libero di tornare a spacciare. È nata per spezzare questo circolo vizioso l’inchiesta del sostituto procuratore Laura Canovai, che ieri ha portato all’arresto di 13 nigeriani e al divieto di dimora imposto ad altri sei indagati africani, tra cui un guineano e un ghanese, tutti under 30, tra loro anche qualche richiedente asilo.
L’obbiettivo era rispondere alla domanda che da anni i non addetti ai lavori si fanno: perché uno spacciatore colto in flagranza di reato non può restare in galera? La risposta è che di solito allo “spaccino” si contesta il quinto comma dell’articolo 73 della legge sugli stupefacenti, che non consente la custodia cautelare. Grazie all’indagine condotta dalla squadra mobile della polizia, col supporto del Servizio centrale operativo e della Direzione anticrimine centrale, è stato invece possibile contestare ai 19 indagati il quinto comma dello stesso articolo, che consente la custodia cautelare in carcere. La Procura aveva chiesto l’arresto per tutti, ma il gip Pallini lo ha concesso per 13, cioè quelli che avevano precedenti penali o di polizia in materia di stupefacenti. Il risultato comunque è quello voluto: sono stati tolti dalla strada 13 spacciatori di eroina, quelli diventati famosi col nome di “sputapalline”, che a loro volta si riforniscono dagli “ovulatori”, i corrieri che trasportano la droga nello stomaco. Eroina e in piccola parte marijuana, soprattutto intorno alla stazione centrale, dove i poliziotti in borghese dello Sco, venuti da fuori, per mesi hanno finto di essere acquirenti e (insieme alle immagini delle telecamere nascoste) hanno raccolto elementi utili all’arresto degli spacciatori: almeno cinque cessioni per dimostrare lo spaccio sistematico e convincere il gip che non sarebbe bastata una notte nelle celle di sicurezza della Questura per poi essere scarcerati il giorno dopo, all’esito della convalida del fermo.
È un modello, ha spiegato ieri mattina Francesco Messina, capo della Direzione anticrimine centrale, alla presenza del procuratore Giuseppe Nicolosi, del questore Giuseppe Cannizzaro e del capo della squadra mobile Alessandro Gallo, che è già stato sperimentato in altri capoluoghi (Venezia, Vicenza, Genova, Firenze) e che consente di evitare l’effetto “porta girevole” (entro ed esco dalla cella). E che potrebbe essere riproposto più avanti anche a Prato, se ci sarà la necessità. Non sarà facile, perché un’indagine di questo tipo richiede un grosso dispendio di energie (70 poliziotti impiegati per arrivare al risultato) e inevitabilmente nel lavoro di tutti i giorni si tornerà agli arresti in flagranza senza la possibilità di ottenere la custodia in carcere.
I 13 nigeriani che sono finiti in manette (perquisizioni anche a Pistoia, Porretta Terme e Signa) compariranno preso davanti al gip per l’interrogatorio di garanzia e si capirà se rimarranno in carcere settimane o mesi.
La Procura ha contestato agli spacciatori anche la vendita di eroina e marijuana nei pressi del liceo scientifico Copernico di viale Borgovalsugana, che costituisce un’aggravante, ma il giudice non l’ha contestata nell’ordinanza, anche perché non risulta che tra i clienti dei nigeriani ci fossero dei minori.
Soddisfatto il sostituto procuratore Canovai. «Il diritto deve rispondere al comune sentire del cittadino» ha commentato durante la conferenza stampa. —
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