Sicurezza
Il Fabbricone, simbolo della città che produce
Venerdì 14 in omaggio col Tirreno la quarta foto dell'Archivio fotografico Ranfagni: le operaie che escono dal grande opificio che ha segnato la storia della città
PRATO. Prosegue la storia di Prato del dopoguerra raccontata attraverso centinaia di immagini in bianco e nero. Il Tirreno ne ha scelte 16 e, ogni martedì, mercoledì, giovedì e venerdì, le regalerà ai lettori del giornale. Ecco "La vecchia Prato", raccolta di immagini tratte dall'archivio fotografico Ranfagni, che raccontano i luoghi, i mestieri, la vita quotidiana di una città che, proprio in quegli anni, stava crescendo e si stava modificando.
Domani, venerdì 14 agosto, in edicola col giornale la quarta foto, quella del Fabbricone. La foto della collezione Ranfagni è stata scattata verso la fine degli anni ’50 e mostra l’uscita delle operaie dal lato di via Bologna. Un modello di città- fabbrica che occupava duemila persone, tantissimi pratesi, ma anche tanta gente venuta dal nord-Italia e tecnici anche dall’estero. Qui fu assunto Gaetano Bresci, l’anarchico pratese che attentò alla vita del re Umberto I, quando aveva 22 anni. E prese parte al primo sciopero della fabbrica, che gli procurò nel dicembre 1892 la condanna a quindici giorni di detenzione, condonati, per oltraggio alla pubblica sicurezza. Qui lavorarono il padre di Curzio Malaparte, il tecnico tintore Erwin Suckert, che proprio a Prato venne a lavorare, nella nuova città dell’industrializzazione tessile, diventata modello in Italia e in molti altri paesi.
Questo era il Fabbricone, una città dentro alla quale si viaggiava in bicicletta, si facevano i controlli fra i telai usando ogni mezzo per spostarsi.Qui nascevano amori, matrimoni e le prime articolate rivendicazioni salariali. Come non ricordare il film “Giovanna” del 1955, primo lungometraggio di Gillo Pontecorvo, che racconta di un gruppo di operaie che lotta per difendere il posto di lavoro dai licenziamenti voluti dalla proprietà. Il “Titanic” della lavorazione tessile a ciclo continuo, con esportazioni in tutto il mondo, era questo, il Fabbricone di Prato. Molti degli operai e dei tecnici della fabbrica abitavano nelle case costruite in via del Gorone e in via Bologna. Nel complesso industriale pulsava il cuore dello sviluppo tessile del ’900, precursore di quell’innovazione che portò il distretto pratese alla sua affermazione come emblema del successo della manifattura. Ma poi con gli anni non fu così; nel secondo dopoguerra il Fabbricone si spense, causa la mancanza degli ordinativi da tutto il mondo.
Arrivò la crisi per tante di quelle migliaia di operai e per le loro famiglie, e il Fabbricone chiuse i cancelli. Nel 1974 il regista teatrale Luca Ronconi raccolse l’anima di quel luogo e lo trasformò in qualcosa di diverso e di importante. Il Fabbricone, o meglio una parte di esso, ritrovò una nuova vita, passando da palcoscenico della vita quotidiana di lavoro e fatica a palcoscenico di teatro sperimentale. Un palcoscenico che ha visto in quasi cinquanta anni il contributo artistico di personaggi del calibro di Dacia Maraini, Umberto Eco, Peter Brook.
Il nostro viaggio proseguirà dopo Ferragosto, con la prossima uscita di martedì 18 agosto. Proprio martedì, insieme al giornale daremo una bella foto di piazza Duomo, in una scena desueta ormai in cui si vedono gli autobus della Cap parcheggiati nella piazza. Qui era il capolinea.
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