La manifestazione
VIOLENZA SESSUALE, DUE PESI E DUE MISURE
Il vecchio motto sulle sentenze che non si commentano ma si rispettano può andar bene per gli avvocati e per i magistrati, non per tutti. Certe sentenze è bene commentarle, perché sembrano andare contro il senso comune e bisogna capire come mai.
Lo scorso 23 giugno l’ex parroco Paolo Glaentzer è stato condannato dalla Corte d’appello di Firenze a due anni, due mesi e 20 giorni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di una bambina di 10 anni. Nel luglio 2018, a Calenzano, fu trovato coi pantaloni calati, in macchina con la bambina, a cui aveva tirato giù le mutandine. In primo grado, a Prato, era stato condannato a quattro anni e quattro mesi col rito abbreviato. Durante il processo non negò, disse che il diavolo gli aveva fatto uno sgambetto.
Il 6 luglio un operaio di Morbegno (Sondrio) è stato condannato dal Tribunale di Prato a 7 anni perché, sul web, si è spacciato per una ragazzina e ha convinto una tredicenne a mandargli una foto di lei nuda. Poi l’ha minacciata di renderla pubblica se non gliene avesse mandate altre in cui lei si masturbava. Due comportamenti spregevoli, certamente meritevoli di condanna. Ma perché a uno due anni e spiccioli e all’altro sette anni? È più grave una violenza sessuale a distanza rispetto a una “in presenza”, per usare un termine diventato di moda in questi tempi di Covid? Senza contare la condanna a tre anni e 4 mesi irrogata giovedì a Lucca allo stupratore di una diciottenne pratese, anche lui “in presenza”. La differenza di pena si spiega in parte col diverso rito: l’abbreviato dell’ex sacerdote consente lo sconto di un terzo della pena, mentre il giudizio ordinario scelto dall’operaio non lo consente (i 7 anni sarebbero diventati 4 e 8 mesi). Ma il diverso rito non spiega tutto, perché ogni processo è diverso dall’altro e nessun giudice è una fotocopia di un altro. E però il Codice penale è uno. E pur lasciando lo spazio che merita alla discrezionalità del singolo giudice o del collegio, qui si può dire che qualcuno è stato di manica larga oppure che qualcun altro è stato troppo severo. Noi pensiamo la Corte d’appello di Firenze sia stata troppo tenera nei confronti dell’ex parroco, e forse il Tribunale di Prato un po’ troppo severo con l’operaio di Morbegno. Perché sentirsi le mani di un adulto addosso sul sedile di un’auto ci sembra più sconvolgente, per una bambina, rispetto a un messaggio che ti arriva sul computer o sul telefonino, per quanto minaccioso possa essere il messaggio. Il risultato è che l’ex parroco, di cui il processo non ha messo in dubbio la sanità mentale, a ottobre sarà un uomo libero, mentre l’operaio di Morbegno rischia seriamente di finire in carcere, dove a quelli come lui non viene riservato un trattamento di favore. Da qualche tempo anche in Italia si sente parlare di “giustizia predittiva”, cioè dell’applicazione dell’intelligenza artificiale ai procedimenti penali. È la tentazione di mettere tutto in mano a un algoritmo per ottenere giudizi più omogenei. Ma certo non sarebbe una soluzione per il caso dell’ex parroco e per quello dell’operaio. In quei processi serve un giudice di carne, ossa e cervello. E soprattutto col senso della misura. —
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