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Si spaccia per una ragazzina ed estorce foto osé a una minore: condannato a 7 anni
Un operaio lombardo aveva agganciato sul web una tredicenne di Prato: minacciava di rendere pubblico un suo nudo
prato
Una foto osé estorta a una ragazzina è costata una condanna a sette anni di reclusione a un operaio lombardo, riconosciuto colpevole di violenza sessuale e sostituzione di persona.
Il processo si è concluso lunedì davanti al Tribunale presieduto da Francesco Gratteri e si riferisce a fatti accaduti sei anni fa, nel 2014.
L’imputato, stando alle risultanze del dibattimento, era un lupo travestito da agnello. Un lupo del web, in questo caso, perché non ha mai avuto contatti con la ragazzina e non l’ha mai vista se non in foto. Ma questo non l’ha salvato da una condanna molto pesante, che lo porterebbe in carcere se il verdetto venisse confermato nei successivi gradi di giudizio.
Tutta la storia, infatti, si è svolta sulla Rete, anche se le conseguenze sono state reali, sia per la parte lesa che per l’imputato.
Siamo nel 2014, come detto, e l’imputato, all’epoca trentanovenne (oggi ha 45 anni) accende il computer nella sua casa di Morbegno, in provincia di Sondrio, e crea un falso profilo Facebook, facendosi passare per una ragazzina. In questa maniera riesce a entrare in contatto con una ragazzina vera, che abita a Prato e non ha ancora compiuto 14 anni. Nasce una di quelle amicizie virtuali che, forse proprio grazie allo schermo della rete, consentono a una adolescente di prendersi delle libertà che altrimenti non si prenderebbe di persona. La falsa amica (cioè il vero operaio lombardo) la convince a inviargli una foto di lei nuda, ed è quello il grimaldello che userà in seguito. Nei giorni seguenti, infatti, l’imputato pretenderà di ricevere altre foto, ma molto più spinte, con atti di autoerotismo. Se la minore non lo avesse fatto, l’avverte, avrebbe reso pubblica quella prima foto che la ragazzina aveva inviato in buona fede, pensando di mandarla a una coetanea che non conosceva di persona ma di cui pensava di potersi fidare.
Scoperto l’inganno, la ragazza acconsente, ma allo stesso tempo, insieme ai genitori, decide di denunciare il pedofilo alla polizia postale.
Le indagini sono molto veloci perché il lupo del web non è uno smanettone troppo accorto e ha lasciato tracce ovunque. La polizia postale va a perquisire la sua abitazione e gli sequestra il computer, che diventerà la prova regina nel processo.
Della vicenda si era già occupata la Procura di Sondrio, ma poi gli atti sono stati trasmessi per competenza a Prato, perché appunto a Prato vive la ragazzina e qui sono state scattate le foto che hanno poi incastrato l’operaio lombardo.
Quest’ultimo, oltre che di violenza sessuale e sostituzione di persona, era accusato anche di estorsione (la minaccia di rendere pubblica la prima foto se non ne avesse ricevute altre) ma questo reato è stato assorbito da quello più grave di violenza sessuale.
L’imputato di fatto non si è quasi difeso nel processo e anziché chiedere il rito abbreviato che gli avrebbe quantomeno assicurato lo sconto di un terzo sull’eventuale pena, ha insistito per essere processato col rito ordinario. Dunque ha accettato il rischio di subire una pesante condanna, com’è successo.
L’avvocato difensore, Simone Aiazzi, come sua abitudine preferisce non commentare la sentenza. «Prima preferisco leggere le motivazioni - ha detto - e poi valuteremo la possibilità di presentare appello».
Una vicenda a suo modo esemplare quella all’origine del processo che si è concluso lunedì. E un ammonimento a quanti pensano che le immagini scambiate sul web siano sostanzialmente innocue, almeno sul piano penale. Quando ci sono di mezzo i minori, la violenza sessuale si concretizza anche se è virtuale e le pene, come si è visto in questo caso, possono essere molto severe. —
paolo nencioni
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