Il Tirreno

Prato

L’EPIDEMIA NON PUÒ ESSERE UN ALIBI

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La montagna, come spesso, troppo spesso accade nelle aule di giustizia, ha partorito il topolino. Anzi, forse nemmeno quello, perché il processo su quella che fu pomposamente chiamata la “guerra del gas” si concluderà a settembre con un proscioglimento per intervenuta prescrizione o con l’assoluzione nel merito. Formule che per l’uomo della strada non fanno una grande differenza, anche se differenza c’è.

È un processo importante quello che è alle battute finali in Tribunale, eppure quasi cinque anni di dibattimento non sono bastati per arrivare a un risultato che potesse tradursi in una sentenza chiara: colpevoli o innocenti. Bisognava stabilire se i vertici delle partecipate Estra e Consiag avessero fatto l’interesse pubblico oppure il loro interesse personale o aziendale (che non sempre coincide con l’interesse pubblico). Se avessero cioè ostacolato illecitamente la libera concorrenza (anche questo è un classico nel nostro paese e non solo) o se invece avessero puntato i piedi in nome di un interesse più alto, quello di chi a fine mese paga la bolletta.

La prescrizione, alla quale peraltro nessuno dei cinque imputati ha rinunciato, avvolge tutto nella nebbia e ognuno potrà dire di aver avuto ragione.

Un risultato sconfortante che chiama in causa la macchina della giustizia, che arrancava anche prima dell’epidemia di coronavirus e ora boccheggia. Non più di sette giorni fa scrivevamo su questa stessa rubrica che nel mese di giugno saranno discussi la miseria di 63 procedimenti nel Tribunale di Prato, perché tutto riapre in Italia, ma c’è qualche posto che riapre meno.

E però questo non può essere un alibi per il processo in cui sono imputati i vertici di Estra e Consiag. Qui il ritardo è stato accumulato prima, nell’anno e mezzo passato tra la richiesta di rinvio a giudizio e l’inizio del processo e nei quasi cinque anni di un dibattimento cominciato nell’ottobre 2015.

Dunque fa bene il pubblico ministero a chiedere che il Tribunale, a prescindere dalla prescrizione, accerti se un reato è stato commesso, ma qualunque sia il risultato, avrà un sapore amaro.

Avrà lo stesso sapore, insomma, di un procedimento ben più grande e forse anche più importante, quello sui miliardi di euro spediti in Cina dai confezionisti orientali attraverso la rete dei money transfer. Anche in quel caso il “fiume di denaro”, come fu chiamata l’operazione della guardia di finanza, provocò fiumi di parole sui giornali, interventi indignati, un bel dibattito. Poi però la parola passò alle aule di giustizia e il processò è affondato nelle sabbie mobili delle competenze territoriali e dei rinvii, finendo su un binario morto «per intervenuta prescrizione» della maggior parte dei reati fiscali.

Una fine ingloriosa e poco incoraggiante, per i cittadini onesti ma anche per gli investigatori che su queste indagini hanno passato mesi e mesi del loro tempo e le vedono dissolversi così. —

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