«No al plexiglass, se vogliamo riaprire servono più insegnanti»
I rappresentanti sindacali provano a spiegare lo sciopero più strano degli ultimi anni, con le scuole chiuse da tre mesi
prato
Non è particolarmente facile spiegare il senso di uno sciopero del personale scolastico nell’ultimo giorno di scuola, con le scuole chiuse da più di tre mesi e gli studenti a spasso. Ci hanno provato ieri i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl, Gilda e Snals, riuniti nell’atrio dell’Istituto Cicognini Rodari di via Galcianese. Intanto dicono che gli insegnanti non si sono mai fermati, hanno organizzato la didattica a distanza e hanno continuato di fatto a lavorare. Ma soprattutto snocciolano una serie di cifre allarmanti per il prossimo ritorno a scuola, a settembre.
Non è solo una questione di sicurezza, ma anche di cattedre che mancano. Tre anni fa a Prato, per un errore tecnico, ne sono state tolte un centinaio alle medie superiori e poi ne sono state “restituite” 68, ma all’appello ne mancano ancora 43. Nel frattempo la popolazione scolastica sta lievitando e a settembre si calcola che gli studenti delle medie superiori aumenteranno di 575 unità. Se a questo aggiungiamo che le nuove regole per limitare il contagio consiglierebbero di non stipare i ragazzi nelle classi pollaio e che ci vorrebbero più insegnanti, non meno, si vede chiaramente che i conti non tornano. I rappresentanti sindacali (Filomena Di Santo della Cgil, Daniela Scarlata della Cisl , Antonio Siragusa di Gilda, Filippo Coralli di Snals) non credono al plexiglass per dividere gli alunni proposto dalla ministra Lucia Azzolina («Plexiglass? Vuol dire che a ricreazione li avvolgeremo nel Domopak» taglia corto Coralli) ma d’altra parte non hanno una loro soluzione per il rientro a scuola. «Non siamo ingegneri - dice Coralli - Sappiamo che non si possono costruire le scuole in tre mesi, ma noi lo diciamo da tempo che gli spazi mancano. Qualcun altro (leggi Comune e Provincia, ndr) avrebbe dovuto pensarci prima».
Il messaggio dei sindacalisti è: gli insegnanti vogliono tornare a scuola il prima possibile, ma in sicurezza. Un bel problema.
«Il decreto scuola non ci soddisfa - dice Filomena Di Santo - perché non risolve i problemi della scuola. Siamo stati i primi a chiudere gli ultimi a ripartire. Da anni abbiamo subìto pesanti tagli di organico, le classi sono sempre più affollate. In questa condizione non c’è sicurezza e non c’è didattica. Sappiamo benissimo che in tre mesi non si fanno miracoli, ma il plexiglass non ci convince, gli studenti non possono essere inscatolati. E poi c’è il problema della sanificazione dei locali, il personale Ata è insufficiente non ce la farebbe».
«Vogliamo riaprire ma in condizioni di sicurezza - ripete Daniela Scarlata - Prato è una delle poche città dove gli studenti crescono di numero e le aule mancano. In queste aule gli studenti dovrebbero stare a pochi centimetri l’uno dall’altro. Se lo facesse un’azienda privata verrebbe subito chiusa. D’altro canto non ci convincono nemmeno gli ingressi scaglionati: l’ultimo studente entrerebbe mentre il primo sta uscendo... E non ci convince nemmeno l’idea estemporanea di usare giardini e musei per fare scuola».
«Questa emergenza era l’occasione per dare una svolta al mondo della scuola - recrimina Antonio Siragusa - e invece ancora una volta la scuola è stata messa ai margini. Hanno dato poteri straordinari ai Comuni e alle Province, ma se non ci sono i soldi questa cosa non serve a niente. Sulla questione dei parchi e dei musei mi chiedo dove si potrebbero mettere i 36.000 studenti di Prato».
Secondo Fabrizio Coralli quello di ieri non è stato uno sciopero corporativo e il rappresentante dello Snals ricorda che in Toscana ci sono 118 cattedre in meno rispetto all’anno scorso. «E non ci dimentichiamo delle scuole paritarie - avverte - Se chiudono quelle, oltre al problema dei posti di lavoro persi, non sapremmo dove mettere gli studenti. Da Coralli arriva anche la solidarietà alla maestra Francesca Sivieri che ha iniziato a leggere le storie ai bambini della materna nei giardini e che è finita al centro di un caso nazionale: «Ma quella deve essere un’eccezione, non una regola».
Insomma, i termini del problema sono ben chiari: mancano gli insegnanti, mancano le aule, ci saranno condizioni di sicurezza difficili da rispettare. Ma nessuno sembra avere una soluzione a portata di mano, se non in tempi molto lunghi. Perché in questo momento la priorità è aprire le scuole e nessuno in realtà sa come farlo, né a Roma né a Prato.
Il sogno inconfessabile di tutti è che il problema si risolva in parte da solo, e cioè che a metà settembre il coronavirus sia solo un ricordo e si possa rientrare in classe, anche se in aule affollate e con pochi insegnanti. —
Paolo nencioni
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