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la ripartenza

Le addette alla mensa chiedono garanzie e sono contrarie al panino portato da casa

maria lardara
Le addette alla mensa chiedono garanzie e sono contrarie al panino portato da casa

Cristina e Paola fino al 4 marzo guadagnavano 500 euro al mese, ora 340 col fondo di integrazione salariale

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PRATO. Scarpe e giacche professionali le hanno lasciate nell’armadietto della scuola. Brocche, olio, sale e pepe giacciono nel refettorio della scuola elementare Ciliani. «Abbiamo preso al volo il camice», raccontano Paola e Cristina. Era il 4 marzo, ultimo giorno di scuola. Ultimo giorno di lavoro per 280 addette alla mensa nelle scuole pratesi, dipendenti del colosso Camst che gestisce l’appalto della refezione scolastica per conto del Comune di Prato. Cristina Calderini e Paola Spanu si sentono invisibili, “fantasmi” di un mondo – quello della scuola – che non è fatto solo di docenti e personale Ata pagati dallo Stato. È un mondo che si regge anche sul meccanismo degli appalti dove il lavoro femminile è la componente principale.

L’ultimo stipendio di Paola e Cristina è arrivato a marzo: la loro retribuzione si aggira intorno ai 500 euro per tre ore di lavoro al giorno, dalle 11.15 alle 15.15. Ma con il Fis (fondo d’integrazione salariale), l’ammortizzatore sociale per il terziario, l’entrata mensile scende a 340 euro. Le loro colleghe fanno meno di 15 ore alla settimana, dunque riscuotono importi più bassi. «E siamo fortunate perché l’azienda ci anticipa il Fis. Ma la vera incognita è settembre – dice Cristina Calderini, delegata Filcams Cgil – Chiediamo al Comune di porre attenzione sul delicato tema della mensa, a partire dalla tutela dei posti di lavoro e della sicurezza». Sotto gli occhi le linee guida del comitato tecnico-scientifico per la riapertura della scuola. Alla pagina 16 della relazione si legge che «anche per la refezione le singole realtà scolastiche dovranno identificare soluzioni organizzative ad hoc che consentano di assicurare il necessario distanziamento attraverso la gestione degli spazi, dei tempi, e in misura residuale attraverso la fornitura del pasto in “lunch box” per il consumo in classe». Nei plessi di primaria più grandi, già gli studenti vanno a mensa facendo due turni che potrebbero passare a quattro. Ma potrebbe crearsi una riduzione del servizio laddove si parla del pasto consumato in classe.

«Non ci spaventano le novità – sottolinea Nunzio Martino, sindacalista della Filcams Cgil – ma la priorità è la tutela dell’occupazione, auspicando che vengano confermate le ore del personale al netto di come potrebbero cambiare le condizioni del servizio». Panino da casa o cibo nel contenitore aziendale? Il Cts sembra chiaro sulla seconda opzione che dà più garanzie in termini di igiene. Ma venerdì, durante una diretta Facebook, il sindaco Matteo Biffoni ha parlato della possibilità di portarsi il pasto da casa suscitando timori tra le addette alla mensa: alcune gli hanno risposto in diretta. Il primo cittadino ha difeso l’alto livello del servizio. «Mi fido della mensa. Sul pasto da casa ho le mie perplessità. Se si va mangiare una pizza fuori, credo che i bambini possano mangiare tranquillamente a mensa».
 

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