Gioco
FRANCESCO E FRANCESCA LE DUE MOSCHE BIANCHE
Si. Può. Fare. Ce l’ha insegnato 46 anni fa Gene Wilder in “Frankenstein Junior” e in tempi più recenti Obama. Ma fatte le debite proporzioni, anche il sindaco di Poggio a Caiano Francesco Puggelli, che lunedì ha riportato 110 bambini e ragazzi nel posto dove dovrebbero stare in questi giorni, cioè a scuola. Non proprio a scuola: nei giardini e nei cortili delle scuole, per fare educazione all’aperto in barba al coronavirus, ma è già qualcosa.
E ce lo ha insegnato la maestra Francesca Sivieri, che sempre lunedì ha preso i suoi 25 bambini della scuola materna Meucci di Prato e li ha portati nel parco per leggere loro le sue storie. Due esempi di come sia possibile non arrendersi all’ineluttabile, cioè alla chiusura delle scuole, pur mantenendo le misure di sicurezza per evitare il contagio.
Ci voleva fantasia in questi tempi difficili e fuori dall’ordinario. Non tutti l’hanno avuta, non tutti hanno avuto la voglia. E in fondo bastava poco, come dimostrano gli esempi del sindaco e della maestra. Eppure Francesco e Francesca sono due mosche bianche. Molti altri, quasi tutti gli altri si sono arresi, in certi casi forse anche volentieri, alle restrizioni imposte dai Dpcm e dal mitico Cts, il Comitato tecnico scientifico. Che, per carità, nessuno contesta nelle sue valutazioni quando riapre fabbriche, bar, ristoranti, palestre, ma che sulla scuola è stato irremovibile, e certo ha ragione quando parla di spazi chiusi. Ma appunto non ci sono solo le aule; ci sono le palestre delle scuole, i cortili delle scuole, i giardini delle scuole. Che con un po’ di fantasia e tanta buona volontà, come hanno fatto a Poggio a Caiano, potevano essere sfruttati per riportare i ragazzi a scuola. Anche perché tenerli dai nonni mentre i genitori vanno al lavoro sembra un rischio ancora maggiore, per i nonni. E perché, diciamocelo, la didattica a distanza non funziona.
E dunque quel “si può fare” è diventato un “si potrebbe fare”, “si poteva fare”, “non si è fatto”.
Proprio ieri il sindaco di Prato ha scritto al ministro della Pubblica istruzione per sollecitare la riapertura delle scuole a giugno, ma oggi è il 30 maggio e coi tempi della politica e il freno della burocrazia è chiaro a tutti che non se ne farà di niente e la lettera resterà un mero atto di testimonianza.
La scuola chiusa è la cicatrice più importante, dopo il dolore per le vittime, che ci lascia questa prima ondata di coronavirus, ma ce n’è un’altra non meno importante che è un po’ ai margini dei riflettori ed è la giustizia. Fino al 26 giugno nel Tribunale di Prato si faranno solo processi “ad alta priorità”, e in tutto il mese di giugno ne sono fissati 63, poco più di due al giorno, oltre alle direttissime. Anche qui vale lo stesso discorso: riaprono i ristoranti, riaprono le palestre, riaprono i bar, perché devono rimanere semi-chiuse le aule di giustizia? Un paese civile si misura proprio da queste cose, dall’istruzione che sa fornire ai suoi giovani, dalla giustizia che sa amministrare in nome del popolo, anche in tempi difficili.
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