Gioco
I primi a chiudere, gli ultimi a riaprire: Chinatown non si fida
Viaggio in via Pistoiese tra serrande abbassate e ristoranti sprangati: "Forse si muoverà qualcosa la prossima settimana"
PRATO. Sono stati i primi a chiudere e saranno gli ultimi a riaprire. A Chinatown regna l’incertezza. «Qui riaprono tutti a giugno», dice il barista al Bar lo Scalino di via Pistoiese. «Forse dopo il 25 maggio i cinesi ritirano su il bandone, ma per ora niente» gli ribatte un amico nel bar semideserto. Chinatown, tardo pomeriggio del primo giorno della “liberazione”, della fine del lockdown, tante auto in giro, più movimento del solito e tanti supermarket alimentari che lavorano un po’ di più. Ma la serrata qui la fa ancora da padrone.
I ristoranti cinesi sono tutti chiusi, luci spente e sigilli alle porte, qualche negozio di telefonia ha riaperto, qualcuno non ha mai chiuso, ma resta il fatto che fra via Pistoiese e via Filzi, qui nel Macrolotto zero dove vivono circa ventimila cittadini orientali, la cautela sembra rigorosa. «Oggi c’è più movimento rispetto a giorni fa, qualcuno si vede a giro di più, ma sembra sempre che siano chiusi dentro le loro case» dice Angelo, cinquantenne commerciante italiano di via Pistoiese che la comunità orientale la conosce nei dettagli. «Sono qui da 31 anni, se non conoscessi questa zona, sarebbe un problema» sorride di fronte al bar che solo lunedì mattina ha riaperto dopo due mesi di chiusura. «Durante questi due mesi abbiamo fatto il take away, ora abbiamo riaperto la sala pranzo, abbiamo avuto cinque o sei persone a mangiare niente di più. Ci reggiamo un po’ continuando con i cibi da asporto e qualche caffè a domicilio», dice il barista dietro al bancone. Dal bar passano molte delle informazioni del quartiere, della Chinatown pratese ancora sonnolenta, che tarda a voler riaprire negozi, luci e insegne.
Anche il sindaco Matteo Biffoni lo conferma: «Prima di lunedì ho parlato con alcuni imprenditori, a Chinatown prevarrà ancora la massima cautela, continuano a tenere un profilo contenuto. Non sembra abbiano tutta questa smania di riaprire in fretta, anche nelle aziende molti avranno la metà dei dipendenti per ragioni di sicurezza». E forse non è solo per questioni di sicurezza, ma perché l’offerta di lavoro è in discesa. Il circolo Arci Curiel su via Filzi ha ancora la serranda abbassata. Lì vicino il Caf di Zen Huang, ha riaperto dal 4 maggio. «Non c’è lavoro, è qui il problema. Anche i pronto moda sono in difficoltà seria, la situazione è precaria per tutti – dice Huang – Io per fortuna svolgo un servizio come dichiarazioni fiscali, dichiarazioni dei redditi e tutto il resto, sono rimasto chiuso due mesi e da lunedì 18 maggio ho già visto un aumento di persone. Ma il mio è un caso, il resto dei miei connazionali non se la sente di riaprire con tutte queste restrizioni». E le restrizioni pesano soprattutto sui ristoranti e sulle tavole calde, anche queste tutte con le saracinesche abbassate. Di ravioli al vapore o pollo con gli arachidi, non se ne parla. Almeno per ora. «Molti fanno take away da casa, evitano di avere spese ancora maggiori, in qualche modo si deve andare avanti», dice un altro cittadino cinese poco più avanti dal Bar Lo Scalino. In questo quadrato di Prato ancora ci si muove a rilento. «Da qui - dice il barista - in questi due mesi ci son passate le televisioni di mezza Europa. Due mesi fa erano tutti qui a fare la caccia al caso numero uno del coronavirus, come se il virus proprio qui fosse arrivato da un momento all’altro. E poi la pandemia è esplosa a Codogno». Parla un altro cinquantenne italiano, sta a distanza ma si abbassa la mascherina e continua: «Fino a febbraio lavoravo all’organizzazione di matrimoni e feste soprattutto per i cinesi. Non c’è più niente. Tutto fermo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
