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Figlio col minore, l’accusa chiede una pesante condanna

paolo nencioni
Figlio col minore, l’accusa chiede una pesante condanna

Rischia la reclusione per 7 anni la donna imputata di violenza sessuale nei confronti del ragazzino da cui ha avuto un figlio. Attenuanti per il marito

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Sette anni di reclusione e due anni di reclusione. Queste le richieste che i pubblici ministeri Lorenzo Boscagli e Lorenzo Gestri hanno fatto ieri al termine della requisitoria nel processo con rito abbreviato a carico della donna di 32 anni accusata di aver avuto una relazione sessuale con un ragazzo che all’epoca dei fatti, secondo la Procura, non aveva ancora compiuto 14 anni, dal quale poi ha avuto un figlio. I magistrati hanno chiesto una condanna a 7 anni di reclusione per la donna, senza la concessione di alcuna attenuante, e due anni di reclusione per il marito (con la concessione delle attenuanti generiche) che è accusato di essersi attribuito la paternità del bambino pur sapendo che non era suo. I due imputati sono difesi dagli avvocati Mattia Alfano e Massimo Nistri.

La sentenza era attesa per il 23 di marzo, ma è slittata di due mesi a causa del blocco delle attività in Tribunale per l’epidemia di coronavirus. L’imputata fu messa agli arresti domiciliari il 27 marzo dell’anno scorso, tre settimane dopo la perquisizione della squadra mobile nella sua abitazione, in seguito alla denuncia presentata dalla madre del ragazzo. L’esame del Dna confermò che il secondo figlio della donna, nato alla fine dell’estate 2018, era del suo ex allievo, figlio di amici di famiglia, al quale dava ripetizioni di inglese. L’ipotesi accusatoria è che il primo rapporto sessuale tra il ragazzo e la giovane donna, all’epoca operatrice socio-sanitaria, fosse avvenuto nella primavera del 2017, quando l’allievo non aveva ancora compiuto 14 anni. Una circostanza confermata dal ragazzo e indirettamente da un’amica dell’imputata che aveva raccolto le sue confidenze. Il marito della donna avrebbe saputo che il figlio non era suo e ciò nonostante se ne assunse la paternità.

Nel corso delle indagini sono stati acquisiti i tabulati telefonici e numerosi messaggi che la donna e il ragazzo si sono scambiati. A far precipitare la situazione sarebbe stata l’insistenza con la quale la donna ha cercato di rivedere il padre del suo secondo figlio, portando il bambino anche nella palestra che entrambi frequentavano. E le velate minacce di farla finita quando il ragazzo le fece capire che non intendeva continuare la relazione. A febbraio l’imputata, dopo quasi un anno di custodia cautelare, è stata rimessa in libertà.

Il giudice Daniela Migliorati ha ascoltato nel pomeriggio le arringhe dei due difensori, ai quali aveva già preannunciato che la sentenza sarebbe slittata di qualche giorno. L’udienza è stata dunque rinviata al 1° giugno. —

paolo nencioni

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