Il Tirreno

Prato

il processo 

Era stato condannato a 16 anni, ne aveva scontati solo dieci

alessandro de gregorio

All’alba del 14 aprile 1999 il venticinquenne uccise la moglie, la sorella e la figlia di appena quattro anni Scarcerato nel dicembre 2009

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PIOMBINO

È l’alba del 14 aprile 1999 quando il venticinquenne Simone Cantaridi si alza dal letto e comincia la strage in quell’appartamento al numero 30 di via Landi preso in affitto da pochi giorni. Con un coltello colpisce per prima la moglie Sabrina Martinelli, 24 anni. Poi la figlioletta Vanessa di appena 4 anni. Infine la sorella Claudia, 27, che viveva con loro. Le coltellate sono tante, tantissime, troppe anche da ricordare. Quando la mattanza è conclusa, Cantaridi apre il gas e fa saltare in aria l’appartamento. Dirà poi che voleva farla finita, voleva morire anche lui. Ma lui non muore. Si salva sotto un materasso e alcune travi. L’esplosione è micidiale e viene giù tutta la palazzina. Sul momento, tutti ignorano cosa sia successo in quell’edificio. Dopo ore di lavoro intenso da parte dei vigili del fuoco, Cantaridi viene estratto dalle macerie e portato all’ospedale. Lo accoglie un lungo applauso da parte di chi non sa ancora cosa è accaduto veramente. Si fissano i funerali mentre arriva anche il messaggio di cordoglio dell’allora presidente Scalfaro. Poi, durante la rimozione delle macerie, i vigili del fuoco trovano un coltellaccio in un comodino. Il coltello è sporco di sangue e viene consegnato ai carabinieri. C’è sangue anche dove non dovrebbe esserci, per esempio su un interruttore della luce, nel tinello. All’obitorio, i corpi delle vittime finalmente vengono ripuliti ed esaminati con cura. E qui emergono in modo evidente numerose ferite da taglio. All’ospedale, Cantaridi viene messo alle strette e confessa il triplice omicidio al capitano dei carabinieri.

È uno shock per tutti. Cantaridi all’inizio si limita a confessare, non dice altro. Lo fa dopo dodici giorni, dopo essere stato pestato nel carcere di Livorno e trasferito al don Bosco di Pisa. Al pm ripete parola per parola la terribile confessione. Il movente però resta un mistero: dice solo che si sentiva disperato, incapace di sostenere ancora il peso di quella famiglia. Eppure grossi problemi economici non ne aveva ed era stato appena assunto all’Atm.

Da Pisa, Cantaridi viene trasferito nel carcere di Prato e un anno dopo, il 3 aprile 2000, viene condannato a venti anni di reclusione col rito abbreviato. Nel maggio 2001 la pena viene ridotta in appello a 16 anni e cinque di ospedale psichiatrico giudiziario. Nel dicembre 2009, Cantaridi viene liberato dopo aver scontato solo 10 anni di carcere: tre gli vengono cancellati dall’indulto, altri due anni e mezzo gli sono scontati grazie alla buona condotta in carcere. E invece dell’ospedale psichiatrico, ottiene la libertà vigilata. Poi la piena libertà. —

alessandro de gregorio

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