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Prato

l’appello 

«Persi 40 milioni la settimana» Confindustria chiede di riaprire

Fabio calamati
«Persi 40 milioni la settimana» Confindustria chiede di riaprire

Il vicepresidente Francesco Marini: «Abbiamo calcolato che questa sarà una crisi peggiore di quella del 2008, è a rischio quasi la metà del fatturato totale»

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PRATO.

Non c’è altro tempo da perdere, il distretto tessile pratese deve ripartire subito. Primario il rispetto per la sicurezza, ma la scadenza del 13 aprile per la fine del “lock down” va mantenuta. Lo ha ribadito ieri il vicepresidente pratese di Confindustria Toscana Centro, Francesco Marini.

La sede è stata la conferenza stampa via web con cui il presidente Giulio Grossi, Marini e l’altro vice, Daniele Matteini, hanno ribadito la richiesta di riapertura delle aziende manifatturiere e presentato le loro richieste per la “fase 2” dell’emergenza coronavirus, quella cioè che inizierà ad aprirsi con la fine delle misure di allontanamento sociale. Nel documento si chiedono soprattutto rapido e veloce accesso al credito e in particolare ai fondi messi a disposizione con il nuovo decreto del governo; tutela delle filiere; ammortizzatori sociali da potenziare; differimento dell’entrata in vigore della nuova disciplina sulla crisi d’impresa; differimento di almeno sei mesi della bolletta energetica.

Ma a fare colpo, ieri, sono state soprattutto le cifre snocciolate dal vertice di Confindustria Toscana Nord sull’entità economica dei danni provocati dall’emergenza coronavirus.

L’ufficio studi confindustriale stima in 88 milioni di euro a settimana la perdita di valore aggiunto (attenzione: la perdita di fatturato è stimata almeno 4-5 volte tanto). Di questa gigantesca cifra, la provincia di Prato è responsabile per la metà: 40,1 milioni di euro.

Non solo. «Su Prato – ha detto Marini – abbiamo fatto una simulazione, mettendo a confronto la situazione attuale con quella della crisi del 2008, che di fatto dimezzò il distretto. Ebbene, si stima la perdita di un 40-50 per cento del fatturato e fino a 25.000 unità di lavoro. Una cifra che ovviamente comprende anche le ricadute della crisi nelle aziende dell’indotto diretto e indiretto. Insomma, la situazione appare peggiore di quella del 2008, rischiamo di trovarci di fronte ad una batosta gravissima».

Di qui le richieste pressanti di riaprire. Certo, in sicurezza, e con la disponibilità delle aziende a prendere tutte le misure che saranno considerate necessarie, basta che i decisori politici si decidano a definire cosa debba essere fatto. «Sui temi della sicurezza – ha osservato Marini – avevamo già fatto molta strada anche prima e siamo ben disposti a continuare. Venire a lavorare, oggi, sarebbe più sicuro che andare al supermercato». Ma, come detto, ci vogliono decisioni chiare e rapide.

Ripartire, anche per tutelare le aziende che lavorano con l’estero e che rischiano di perdere fette importanti di mercato. «I nostri clienti esteri – ancora Marini – ci chiedono continuamente cosa succede in Italia, visto che altrove stanno già lavorando. In questa situazione, il rischio di sostituzione del fornitore è molto alto». Su questa posizione Marini ritiene che siano presenti anche le associazioni del mondo artigiano («con loro stiamo preparando una iniziativa comune» ha anticipato).

E l’industriale Roberto Rosati che raccoglie le firme dei dipendenti attorno alla richiesta di riapertura? «È senz’altro apprezzabile» ha detto Marini, chiarendo però di voler evitare, per correttezza, di metterci sopra il cappello di Confindustria. —

Fabio calamati



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