Toscana
Dalla laurea alla trincea del coronavirus Livio ora lavora insieme agli americani
Venticinque anni, nemmeno il tempo di festeggiare: il giovane pratese è in servizio all’ospedale da campo di Cremona
Paolo Nencioni / prato
C’è chi non ha paura. Oppure se ce l’ha, com’è umano che sia, cerca di non pensarci fin quando non torna a casa, dopo un turno di lavoro a contatto con chi si gioca la vita.
La vita se la gioca anche Livio Tarchi, 25 anni, fresco di laurea in medicina e già sulla linea del fuoco, all’ospedale da campo allestito a Cremona dalla Ong americana Samaritan’s Purse. Da qualche giorno Livio, nato e cresciuto a Prato, ha preso servizio nella tensostruttura accanto all’ospedale civile della città lombarda ed è diventato “the voice”, l’indispensabile voce che mette in contatto i medici americani della Samaritan’s coi colleghi italiani e coi pazienti. Perché si è laureato in medicina col massimo dei voti, ma anche in inglese, e dunque è una figura chiave per far funzionare le cose alla velocità che serve in certe situazioni.
«La parte più dura del mio lavoro a Cremona è la gestione dei rapporti coi familiari dei pazienti - racconta Livio al telefono - In quel posto pochi migliorano e i parenti non si possono avvicinare. Noi siamo l’unico contatto tra i parenti e loro cari che sono ricoverati. Ognuno di loro, dico i parenti, cerca di vedere un segnale positivo, per loro è una buona notizia anche quando gli diciamo che il paziente è stabile. Continuano a chiedere “ma il dottore che dice?”. E bisogna stare attenti a non ingenerare false speranze, a dire la verità. Ancora peggio quando siamo costretti a comunicare un decesso, a dire ai parenti che non potranno vedere nemmeno la salma dei loro cari. È dura...».
La Samaritan’s Purse è una fondazione creata dal predicatore evangelista Billy Graham, morto nel 2018 a 99 anni, uno dei più famosi negli States. I suoi medici volano da una parte all’altra del mondo per affrontare le emergenze e così hanno fatto anche a Cremona, dove sono sbarcati con un’efficienza, dice Livio, che fa impressione, non solo nella parte medica ma anche in quella logistica. L’ospedale da campo ha 40 posti letto per gli uomini, 40 per le donne e una decina di terapia intensiva, quasi sempre pieni.
«Mi sono laureato in videoconferenza a Pavia l’11 marzo - racconta il giovane medico - Avevo già fatto il tirocinio e il 17 ci hanno riconosciuto l’esame di Stato, il 25 mi sono iscritto all’Ordine e ho dato la disponibilità per Toscana, Lombardia e Piemonte. Quando mi hanno chiamato ci ho messo un’ora a partire». Più di un secolo dopo, sembra la generazione dei ragazzi del ’99, quelli che nemmeno maggiorenni furono mandati nelle trincee della Grande guerra.
«Facciamo turni di otto ore dal venerdì alla domenica - spiega Livio - Loro invece, gli americani, lavorano tutti i giorni, 12 ore al giorno. La prima cosa bella? Quando ho visto il primo paziente uscire vivo dalla Terapia intensiva, mi hanno detto che tutti gli altri non ce l’avevano fatta. L’impatto con quei reparti è difficile da sostenere anche per chi come noi ha studiato medicina. E certo, sì, c’è anche un po’ di paura perché quando sei realizzi che la protezione al 100% non esiste. Puoi metterti quello che vuoi, ma una percentuale di rischio rimane. Questa paura la superi grazie ai colleghi che la condividono con te».
I colleghi sono un giovane italiano e un coetaneo americano. Fino a un mese fa erano compagni di studio a Pavia, dove hanno passato cinque o sei anni da fuori sede, ora sono in corsia senza essersi fermati un attimo. Livio ha avuto appena il tempo di una breve festicciola nel giardino della casa dei genitori, a Prato, erano in cinque, poi è arrivata la chiamata ed è partito.
«Per un ragazzo di 25 anni mi sembra davvero onorevole affrontare un percorso e un'esperienza post-laurea come questa - commenta il padre Stefano - Un’esperienza completamente volontaria e ritornando in una zona, la Lombardia, in città come Cremona e Pavia, dove c'è la maggiore diffusione di contagio».
«Noi cerchiamo di fare il massimo - racconta ancora Livio Tarchi - ma i problemi sono enormi. Il numero di pazienti è talmente alto che spesso capita che quelli che migliorano vengano rimandati a casa senza che sia stato fatto il tampone e dunque devono organizzarsi per non infettare i familiari. Altri, quelli che escono da un mese di terapia intensiva, non ce la fanno a sbrigare le faccende quotidiane. E in questo periodo parlare di riabilitazione è un pio desiderio». Sì, è dura. —
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