Il Tirreno

Prato

le voci dell’ospedale 

Il sorriso dietro la maschera «Noi, sul fronte del Covid»

Paolo Nencioni
Il sorriso dietro la maschera «Noi, sul fronte del Covid»

Parla una Oss di Malattie infettive: «Si entra motivati, si esce in lacrime...»

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Paolo Nencioni / prato

«Quando entri in reparto sei carica, motivata. Quando esci sei emotivamente provata. Spesso alla fine si piange…». Serena Ciaramelli ha 48 anni e lavora come operatrice socio-sanitaria al reparto di Malattie infettive dell’ospedale Santo Stefano. Da settimane è in prima linea insieme a infermieri e medici sul fronte del coronavirus e sa che la battaglia è destinata a durare ancora per molte settimane. Intanto racconta quello che succede nelle stanze più blindate dell’ospedale, quelle dove si entra solo “scafandrati”: «Oltre alle cure cerchiamo di portare una buona parola, un sorriso, ma è difficile con le protezioni che abbiamo sul volto: i pazienti non vedono le espressioni, spesso nemmeno gli occhi, c’è solo la voce…».

Com’è iniziata questa battaglia contro la malattia?

«Quando c’è stato il primo caso, quella donna che era arrivata da Firenze (il 2 marzo, ndr) io non ero di turno. L’ho vista il pomeriggio del giorno seguente. In quel momento avevamo ancora tanti pazienti “normali”. In una settimana abbiamo liberato il reparto e iniziato a prendere solo casi Covid-19. Ora tutto il secondo piano sta diventando Covid-19, i settori 1, 2, 6, la terapia intensiva, la rianimazione, presto forse anche il settore 3».

Quali sono le forze in campo?

«Ogni dieci pazienti ci sono 4 infermieri e 2 Oss, oltre ai medici, il doppio del normale. Sono medici di tutti i reparti, non solo quelli di malattie infettive».

E i pazienti come reagiscono?

«Alcuni sono più emotivi. In genere fanno tante domande, raccontano la loro paura e noi cerchiamo di tranquillizzarli. Soprattutto hanno paura di finire in terapia intensiva quando si aggravano i problemi di respirazione. Si staccano dai macchinari solo per mangiare. L’unico contatto con l’esterno sono i telefoni cellulari, hanno paura di non poter più rivedere i loro cari. La stessa paura dei familiari fuori dall’ospedale, che temono di non poterli più rivedere nemmeno da morti».

Qual è l’umore dei medici del reparto?

«Vogliono essere continuamente aggiornati sui parametri vitali dei pazienti. Sanno che basta un attimo per passare da una situazione di relativa tranquillità a una situazione critica».

Voi Oss riuscite a stabilire un rapporto umano coi pazienti?

«Solo con alcuni. Capita di vedere un paziente la mattina e di non ritrovarlo il giorno dopo perché è passato in terapia intensiva oppure è migliorato. Ho conosciuto quel signore di Montemurlo che purtroppo è morto (Angelo Grazzini, 58 anni, ndr) e il figlio di quella centenaria della casa di riposo che non ce l’ha fatta. Era arrabbiato per la diffusione del contagio, non sembrava grave, poi purtroppo è morto anche lui».

Come vi proteggete quando entrate in servizio?

«Con le tute bianche, le maschere, i doppi guanti. La vestizione è abbastanza veloce, dai 2 ai 5 minuti se non c’è urgenza. La svestizione è più complicata. I meno esperti devono farsi aiutare, bisogna stare attenti per lasciare il virus dentro le stanze a pressione negativa».

Quanto guadagna al mese un operatore socio-sanitario?

«Circa 1. 400 euro. Ma non so se è il caso che lo scriva…». E invece si, va scritto. —

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