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Bergamo, Toccafondi in autoquarantena. «Qui siamo in prima linea come in guerra»
L’ex patron dell’Ac Prato è in isolamento a casa dopo aver incontrato un imprenditore di Nembro la cui moglie è risultata positiva
PRATO. «Questa è una guerra e noi siamo al fronte... come si dice, siamo in prima linea».
Andrea Toccafondi ex patron dell'Ac Prato, i cui destini sono ora in mano al figlio Paolo, vive da venticinque anni a Bergamo, città tristemente nota, in questo periodo di coronavirus, come una delle zone più bersagliate dai lutti.
«Sono in quarantena volontaria anch'io da un paio di settimane - dice Toccafondi - Sto bene ma nei primi giorni di marzo mi sono intrattenuto a parlare con un imprenditore qui nella zona di Nembro e poi ho scoperto che la moglie era positiva al Covid-19, e allora i miei famigliari ma anche in azienda mi hanno convinto a rimanere in casa. E ora sto come un carcerato».
«D'altronde devo prendere atto che ormai vado per i settantaquattro anni ed è come per una macchina quando ha superato i duecentomila chilometri, c'è bisogno di cambiarla - dice scherzando l'ex patron biancazzurro - L'azienda lavora, trasportiamo generi alimentari e quindi non possiamo fermarci, e per fortuna non abbiamo nessun caso di contagio. Molti dipendenti dell'amministrazione ci hanno chiesto di lavorare da casa e siamo riusciti a soddisfare tutti con le nuove tecnologie».
Ma come mai Bergamo è così bersagliata da questo virus? «I bergamaschi sono brava gente, grandi lavoratori, hanno mille doti e si ingegnano nel fare e procurare lavoro. Ci sono tutti questi paesini (la provincia di Bergamo ne conta 243 essendo la terza provincia col maggior numero di comuni in Italia dopo Torino e Cuneo, ndr) con piccole e medie imprese. Io sono mattiniero e alle quattro e mezza le cinque li incontro che sfrecciano con i loro furgoncini, in tre o quattro sopra che vanno, o meglio che andavano quando però si sapeva già del virus, a Milano, in Svizzera o in giro a lavorare negli altri paesini. Era tutto un formicolaio, e poi qui ci sono ospedali e cliniche di prim'ordine quindi tutti pensavano comunque di poter essere curati in caso di contagio, fino a quando non c'è stata la stretta cattiva e allora si sono bloccati, ma a quel punto il contagio era dappertutto».
Ma c'è anche chi parla di uno stadio stracolmo quando il virus faceva già parlare di sé. «I bergamaschi per l'Atalanta stravedono anche perché la squadra sta dando grandi soddisfazioni - dice Andrea Toccafondi - Sì, qualcuno ipotizza che la partita di Champions League, allo stadio Meazza con quarantacinquemila tifosi il 19 febbraio scorso, avrebbe fatto esplodere il contagio in tutta la provincia di Bergamo e Brescia. In quello stadio ci sarebbe stato il contagio e il ritorno a casa dei tifosi avrebbe creato la diffusione capillare su tutto il territorio».
La paura non manca e le immagini dei camion militari che portano via le salme per farle cremare in altre città hanno scosso le coscienze di tutti. «Anch'io voglio essere cremato se muoio. E se devo morire che sia una morte rapida - dice con tono fra il serio e lo scherzoso, Toccafondi - Ai miei ho detto che se mi ammalo non devono portarmi al Papa Giovanni XXIII, mi basta la mia camera e un'uscita sul terrazzo ogni tanto e poi che la morte arrivi presto, non voglio trovarmi intubato e vivere un calvario. D'altronde vado per i 74 anni e come i camion e le macchine che hanno fatto tanti chilometri, bisogna anche prendere in considerazione l'idea di essere sostituiti. Sì, quelle immagini dei camion militari sono terribili».
Poi, per chiudere non può mancare una battuta sulla sua “creatura”, l'Ac Prato. «Se penso che ci hanno bloccato la domanda di ripescaggio in serie C, mi viene in mente quello che si schiaccia i testicoli per fare un danno alla moglie - dice con amarezza - Ma un giorno se li incontro per strada, quando avranno chiuso con la politica, due battutacce gliele dirò a gran voce. Del Prato non me ne occupo più, ci pensa mio figlio Paolo che in questo periodo è qui a Bergamo con me, e spero che ce la faccia a salire in serie C. Ma se non dovesse farcela rifarà la serie D. I soldi che ci mettiamo non ci scomodano. Siamo stati fortunati nella vita e quindi se ci s'hanno ci si mettono. Ma col senno del poi devo dire di aver fatto una grossa cazzata ad occuparmi di calcio. Certo non ho rimorsi perché comunque alla famiglia non ho fatto mancare nulla. A Bergamo ho avuto come socio la Nestlè e non il signor Rossi di Poggio a Caiano, ché mi avranno fatto la radiografia di che tipo di persona sono? Eppure nel calcio la riconoscenza non esiste». —
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