Sicurezza
Quattrocento anni fa la peste arrivò in città da Tavola
PRATO
“Stai a casa”, “Stay at home”, ormai è un tormentone. E non è cosa nuova. Nella peste raccontata dal Manzoni nei "Promessi sposi", che esplose a Milano nel 1629 e fu terribile fra il 1630 e il 1631, le cose furono molto simili. A Prato, la pestilenza arrivò nell’agosto del 1630 partendo da un focolaio nella frazione di Tavola. In ottobre fu colpita Prato dentro le mura e il Magistrato della sanità di Firenze inviò una lettera al Consiglio della città perché prendesse gli accorgimenti necessari e disponesse i dovuti controlli sanitari. Per questo alla fine di ottobre furono nominati quattro Ufficiali di Sanità, che dovevano occuparsi di istituire un cordone sanitario intorno alle otto porte di Prato. Fra questi, Cristofano Ceffini, amministratore delle finanze comunali e discendente della potente famiglia pratese dei Saccagnini (il cosiddetto popolo grasso nel Medioevo). Cristofano nel 1630 fu nominato poi Provveditore alla sanità. Fu lui a decidere d’autorità che le persone non dovessero muoversi, che nell’infuriare della pestilenza, i cittadini affetti dal morbo, o sospetti tali, fossero chiusi in casa bloccando finestre e porte e portandogli alimenti solo attraverso piccole fessure. Fu lui assieme agli altri ufficiali di sanità a fronteggiare il morbo, a decidere cosa fare, a mettere su prima il Lazzeretto di San Silvestro e poi un altro fuori le mura, nel convento di Sant’Anna (ancora oggi c’è via del Lazzeretto). Fu sempre Cristofano a far chiudere le porte della città e a farci mettere dei cancelli di ferro proprio perché nessuno potesse uscire né entrare. Una “zona rossa” ante litteram, così Prato si trovò a fronteggiare la peste, appena un secolo dopo l’altro flagello del “Sacco” delle truppe spagnole. In sintesi le regole erano: “richiudere in casa tutti i sospetti per una quarantena di 22 giorni; mandare al lazzaretto i contagiati; mandare i sopravvissuti del lazzaretto in casa di convalescenza; mantenerveli per altri 22 giorni di quarantena”, come scrisse uno dei più brillanti storici di economia, Carlo Maria Cipolla, nel suo libro “Cristofano e la peste” pubblicato nel 1976 e tuttora edito. Quando la peste fu debellata, nel 1631, si contarono 1.500 morti. —
Alessandro Formichella
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