Il Tirreno

Prato

L’epidemia di coronavirus 

Non è stata ancora aperta la tenda davanti all’ospedale

Paolo Nencioni
Non è stata ancora aperta la tenda davanti all’ospedale

Manca l’accordo tra le protezione civile regionale e le associazioni di volontariato Brusco calo degli accessi al pronto soccorso del Santo Stefano: colpa della paura

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prato. È passata quasi una settimana, ma la tenda montata lunedì sera dai volontari della Vab all’ingresso del pronto soccorso dell’ospedale Santo Stefano è ancora vuota. Si tratta della tenda che dovrebbe servire a filtrare i casi sospetti di coronavirus, per garantire una prima scrematura e, in caso di dubbio, avviare i pazienti al percorso protetto all’interno dell’ospedale ed evitare che possano contagiare altri pazienti in attesa.

Al momento si tratta di un rischio puramente teorico perché, e questa è la buona notizia, ad oggi non si è ancora registrato alcun caso di contagio da coronavirus in provincia di Prato, nonostante i numerosi tamponi che sono stati fatti nelle ultime settimane su casi sospetti, tutti risultati negativi.

Ma perché la tenda rimane vuota? Perché, spiegano dall’ospedale, si attende la firma di un accordo tra la protezione civile regionale e le associazioni di volontariato che dovranno fornire il personale di accoglienza all’esterno della tenda. Ci sta lavorando in queste ore la Regione. Con un discreto ritardo, verrebbe da dire, perché i casi sono due: o quella tenda-filtro è veramente necessaria, e allora sarebbero serviti tempi un po’ più celeri per renderla operativa; oppure non è così necessaria, e allora non si capisce perché ce l’abbiano messa. Nella tenda ci sarà almeno un infermiere per la valutazione dei sintomi del paziente, che poi a seconda dell’esame sarà avviato al normale percorso con tutti gli altri pazienti (nel caso non ci siano sospetti di contagio) oppure al percorso protetto per una diagnosi più accurata in reparto. Sembra che anche negli altri ospedali dell’Asl Toscana Centro ci sia lo stesso problema di tende montate e ancora chiuse.

Si spera soltanto che la tenda davanti al pronto soccorso non faccia la fine dell’ambulatorio aperto il 19 febbraio da Regione e Asl in via Lucchese all’Osmannoro: doveva servire per i tamponi faringei ai viaggiatori di ritorno dalla Cina, in gran parte i famosi 2.500 cinesi che in realtà erano meno della metà, ma alla fine si è presentato solo un italiano, comunque negativo al virus.

Uno dei pochi effetti “positivi” dell’epidemia di coronavirus è anche questo legato al pronto soccorso ed è il forte calo negli accessi. Il consigliere regionale del Partito democratico Nicola Ciolini si è fatto dare i numeri e ha scoperto che nei cinque giorni dal 23 al 27 febbraio al pronto soccorso del Santo Stefano ci sono stati un totale di 1.059 accessi, rispetto ai 1.442 del corrispondente periodo del 2019. «Questa in realtà dovrebbe essere la normalità - commenta Ciolini - Cioè che al pronto soccorso vadano solo le persone che hanno urgenza di essere medicate o visitate».

Il calo degli accessi, ovviamente, non è dovuto a un soprassalto di responsabilità negli utenti, ma semplicemente alla paura di frequentare un posto dove si teme di essere contagiati. E si può prevedere che, una volta passata l’emergenza coronavirus, la situazione tornerà quella dei mesi scorsi, cioè con un numero spropositato di persone che si rivolgono all’ospedale, quando una parte di loro potrebbero semplicemente aspettare il giorno dopo e passare dal medico di famiglia.

Il brusco calo degli accessi al pronto soccorso è confermato anche dal dottor Simone Magazzini, direttore del Dipartimento di emergenza urgenza, che spiega come sia un fenomeno comune a tutti i pronto soccorsi degli ospedali dell’Asl Toscana Centro, solo un po’ più accentuato al Santo Stefano di Prato e al Santa Maria Nuova di Firenze, dove è passato uno dei contagiati toscani. Anche nelle altre città il motivo dovrebbe essere lo stesso, cioè la paura del virus. Una boccata d’ossigeno per medici e infermieri che in questi giorni sono alle prese con l’emergenza rappresentata dall’epidemia. —

Paolo Nencioni

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