Sicurezza
Il saliscendi del panico e il ruolo della stampa
Sul fronte del coronavirus nel giro di una sola settimana siamo passati, come in una famosa scena del film “L’aereo più pazzo del mondo”, dal “niente panico” allo “ok, panico” per poi approdare a un più cauto “ora basta, abbiamo esagerato”. E a Prato, che doveva essere in prima linea nella battaglia contro il virus ma per fortuna si trova ancora nelle retrovie, queste tre fasi sono state vissute in maniera plateale. Fino a venerdì scorso, quando il virus non era ancora arrivato in Italia, molti ci scherzavano su, convinti che in fin dei conti era una roba che non ci riguardava; poi c’è stato un fine settimana di fuoco e lunedì, nonostante in città non si fosse registrato un solo caso, i supermercati sono stati presi d’assalto da chi voleva fare scorte, suscitando le pesanti ironie di chi è rimasto a casa (e ha fatto bene, essendo gli assembramenti di clienti alle casse un possibile fattore di rischio); infine da un paio di giorni c’è stata, non solo a Prato, una specie di crisi di rigetto. Ci si è resi conto che il Covid-19 non è solo un brutto raffreddore, com’era scritto fino a qualche giorno fa su certi cartelli perlomeno di cattivo gusto affissi a Pratilia, ma non è nemmeno l’ebola. E ci si è accorti, in pesante ritardo, che il panico può fare danni paragonabili a quelli del virus. Certamente sotto il profilo economico, se non anche sotto quello dell’immagine che una comunità dà di se stessa.
Inevitabilmente, non pochi danno la colpa a come la faccenda è stata trattata dai giornalisti. E qui tocca fare una sia pur minima difesa della categoria, nel senso che, primo: bisogna stare ai fatti e, secondo: è sbagliato fare di tutta l’erba un fascio. Non si può dire che la stampa pratese, complessivamente intesa, abbia soffiato sul fuoco della paura. Si è dato conto, com’era giusto, delle misure prese dalle autorità sanitarie per fronteggiare il possibile contagio e quell’assalto ai supermercati, per dire, è avvenuto nel giorno in cui si riferiva di un tampone con esito negativo, il quarto, mentre la gente faceva la coda alla farmacia Etrusca per una mascherina pur avendo in molti già detto, e scritto, che la mascherina la deve indossare chi è malato, o al limite i dottori, non chi è sano.
Non sono state pensate qui, per intendersi, certe grottesche capriole logiche in forma di titolo come quelle pubblicate da Libero (domenica: Prove tecniche di strage; giovedì: Virus, ora si esagera, diamoci tutti una calmata).
Diciamocelo chiaramente: quell’assalto di lunedì ai supermercati ci ha esposti alle ironie di chi, da altre parti, ha mantenuto la calma. Ed è per questo che sono arrivate come una ventata di aria fresca, non solo per i politici e le autorità sanitarie locali, le parole pronunciate giovedì da Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’ospedale Spallanzani di Roma, che ha elogiato l’autoisolamento dei cinesi di Prato tornati dalla madrepatria, una quarantena volontaria decisa prima ancora che qualcuno gliela consigliasse. E allora per chiudere il cerchio conviene incrociare le dita e tornare al “no panico”. —
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